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Antonio Balsemin
Ve vojo contar…

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10        I SORCI,IL GATTO E IL CAMPANELLO*

 

Tanti anni addietro, ai tempi dei tempi, viveva una novella coppia di giovani sorci da poco sposati e, desiderando possedere una casa per formarsi una propria famiglia, decisero di andarne in cerca, confidando nella fortuna. Cammina e cammina, arrivarono in un paese molto piccolo e, annusando e seguendo un buon profumo portato dall’aria, arrivarono ad un granaio colmo per metà di frumento e per metà di mais. Lui, che si riteneva di sangue blu (essendo nato nella soffitta del salone di un palazzo baronale), ricordandosi di una frase detta dalla tutrice al figlioletto del signor barone: “Hic manebimus optime1 , la quale frase gli era rimasta bene impressa nella memoria, la ripeté, e lei (che era di nascita modesta, essendo nata nel fienile della stalla del mezzadro del barone) volendo fare la sua bella figura disse: “ ove si ‘manduca’, Dio sempre mi conduca”. S’intesero all’istante e, poiché erano molto intelligenti, misero subito in pratica il motto: “Primum manducare, deinde philosophari2 e così, di gran appetito, si misero a mangiare, intercalando a due granelli di frumento uno di granturco. Ne fecero una gran scorpacciata, a crepapelle. Trovata, finalmente, la loro casetta dotata d’una dispensa da nababbi, cominciarono a condurre la loro bella vita. Ben presto arrivò la prima nidiata di figlioli, poi la seconda, poi la terza e via via. Questi pargoletti man mano che si facevano adulti formavano nuove coppie di sposi, cosicché il gruppo familiare era divenuto assai copioso, patriarcale. Il solo a non essere contento di questo paradiso terrestre era il padrone che, dopo tanto lavoro e tanto sudore, si sentiva, poveretto, derubato e, per disperazione, si strappava i radi capelli della testa. Tutto il giorno vedeva topi e li vedeva persino negli incubi del sogno. Decise infine di procurarsi un bel gatto. Questi, poverino, dopo aver atteso invano per un paio di giorni che l’uomo gli allungasse del cibo, per non morire di fame nera, rifacendosi al suo istinto naturale e ricordandosi d’essere un felino, si decise a fare la parte di cacciatore spietato. Vinta suo malgrado l’indolenza, colazione, pranzo e cena erano assicurati appena si manifestava lo stimolo della fame. La pace per la sfortunata comunità dei sorci era finita. Vivevano nella paura e nel terrore, dormivano con un occhio aperto, stavano sotto pressione come una molla d’acciaio caricata, sempre pronti a guizzare via dal felino. Poverini, dimagrivano a vista e la loro vita era un inferno. Il sorcetto meno furbo o più lento o più tonto finiva sotto i denti di quel carnefice che, terminato il lauto pasto, si leccava pure i baffi. Qualcuno cambiò aria, ma i più vollero restare dove erano nati, e così, dopo aver ponderato le varie possibilità, proposte e suggerimenti giunsero ad una bella decisione, quella, cioè, di appendere un campanello al collo del gatto. In tal modo quando quel cannibale si fosse avvicinato quatto quatto con il passo felpato, per quanto furbo e fulmineo, i sorci avrebbero sentito il tintinnare del piccolo battaglio, che dava l’allarme e tutti sarebbero scappati in tempo per messi in salvo. Questa risoluzione fu votata all’unanimità. Seguì immediatamente la ricerca di chi mai avrebbe messo in atto questo piano di salvezza, che richiedeva indubbiamente un gran coraggio. Uno disse al vicino: “Fallo tu.” “Io no. Lo faccia lui!” “Manco per sogno. Lo faccia quello !” "Non sono pazzo. Lo facciano loro!” Questo scarica barile non finiva mai e nessuno si presentava quale volontario. Sapete, cari miei, come andò a finire? Proprio come quella volta di tanti, ma tanti anni fa, allorquando, per un fatto simile, un tal signor Faselius (storico e scrittore), fece questo appunto: “Nemo feli tintinnabulum annectere vult3 .  Vi faccio la traduzione come posso: “Nessun sorcio ebbe l’ardire di mettere il cordoncino del campanello attorno al collo del gatto!” Si potrebbe concludere ricordando un altro proverbio semplicissimo: “Fra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare”. Non tutto quello che si vuole si può avere! Così i sorcetti, sfortunati, rimasero preda del gatto!

 

 




* (Mia libera interpretazione di una vecchia favola di Faselius. Si adatta a chi fa proposte impossibili).

 



1  ‘Qui resteremo benissimo’. (Livio, Hist., 5, 55).



2  ‘Primo mangiare, poi filosofare’. (Binder, p. 293).



3  (Faselius, Latium, p. 86).






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