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| Antonio Balsemin Ve vojo contar… IntraText CT - Lettura del testo |
13 L'ULTIMO FIAMMIFERO*
Avevo circa sei anni, e fra me ed un angioletto non c'era alcuna differenza, salvo che nel peso.
Abitavo a Castello (di Arzignano), a pochi passi da ‘Porta Calavena’. Era inverno, un inverno rigido! Fuori faceva gelo, tirava vento, pioveva che Dio la mandava: tempo da lupi, poveretti, alle intemperie! Noi stavamo dentro, riparati. Le imposte della finestra e anche della porta avevano, però, delle fessure così grandi che vi sarebbe sgusciato un piccolo sorcio e per questo la mamma vi metteva dei rotoli di stoffa riempiti con segatura. Questo marchingegno qualcosa frenava. Anche il telaio della finestra era storto e la mamma tappava quegli spiragli con pezze di lana. La stufa economica era accesa ma, cosa vuoi, tanto di più non poteva riscaldare. Comunque, ci si cucinava, si scaldava l’abitazione e se n’avevano le braci per lo scaldino da mettere nel piccolo spazio dello scaldaletto, infilato sotto le lenzuola. Non era stata ancora inventata la televisione. La radio era un lusso solamente per i ricchi. Si stava tranquilli e pazienti, nell’attesa dell’ora del desinare e, poi, si recitavano le orazioni: un Pater, un’Ave, un Gloria, un Angelo di Dio e non mancava una ‘requiem aeternam’. Senza dire l’atto di dolore, con contrizione, non si andava sotto le lenzuola. Se ti dimenticavi la recita del ‘Salve Regina’, non avevi il cuore in pace. Lei è, sì, la mamma di Gesù, ma è anche la nostra mamma celeste. Bisogna volerLe bene! Se poi, durante la giornata, avevi fatto una marachella, se avevi rubato un grappolo d’uva o qualche susina nei campi vicini, per essere a posto con la coscienza e al cospetto di Dio, per sicurezza, si recitava il ‘confiteor’, battendosi il petto tre volte: “Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa!” La mamma stava di sopra a rigovernare i letti e io mi svagavo in cucina, senza far alcunché. Scendendo le scale e, vedendo che la fiamma del lume stava spegnendosi, mi riprende: “Benedetto d'un figlio, svegliati. Spingi il pomolo della levetta della lampada. Fai presto, fai svelto. Sai che al ‘carburo’ bisogna dare ossigeno in continuazione, se no si spegne!” Ed io, poveretto, mi mesi a pompare con lena. Come la fiamma si riprese, la mamma disse, con un sospiro di sollievo: “Meno male. Che cosa avremmo potuto fare poiché ho consumato l'ultimo fiammifero?”