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| Antonio Balsemin Sta sera ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
3 LE AMARENE DELLA MIA NONNA DRUSIANA*
Il ricordo che sto per raccontarvi è vecchio di oltre cinquant’anni e fa parte della mia fanciullezza vissuta a Castello. Lì, in questo paese, ho abitato fino ad otto anni in quanto, a quell’età fu fatto il cambio di casa e si andò ad abitare in città, ad Arzignano. A Castello, io con la mia famiglia si abitava poco lontano da ‘Porta Calavena’, mia nonna Drusiana abitava poco al di fuori di ‘Porta Cisalpina’. Questi due accessi di transito dotati di propri ponti levatoi, nei tempi trascorsi, erano gli unici ingressi per entrare ed uscire dalla zona fortificata, la quale, attualmente, si chiama ‘Castello’. I due passaggi erano inizio e fine dell’unica strada, che attraversava, longitudinalmente, tutto lo spazio protetto all’interno delle mura. Queste, all’epoca, erano molto alte ed erano fornite di merli ed anche di feritoie per gli arcieri. Nell’interno, seguendo il giro delle mura, c’era il camminamento per la ronda e, ad intervalli regolari, svettavano numerose torri. Nella parte più alta stava e sta la rocca, ossia il palazzo padronale. In tempi recenti ai nostri è stato aperto un grande varco demolendo un tratto delle stesse mura. Tale apertura serviva e ancora serve quale ingresso per la strada, che scende dalla parte soprastante, cioè, dal monte detto di San Matteo. Nel tempo estivo, quando aumentava la calura, nelle domeniche e nelle altre feste infrasettimanali, fra i tanti banchi di vendita sistemati nella piazza stava il piccolo banco della mia nonna Drusiana, la quale era chiamata da tutti ‘Zanna’. Sopra il ripiano del banco formato da assi sostenute da due cavalletti, la Zanna faceva e vendeva le amarene. Adesso vi voglio raccontare di questa piccola attività della nonna. Sopra il piano del banco stava allargata una tovaglia impermeabile, disegnata a fiori. Da una parte, alla sinistra, stava un grande blocco di ghiaccio, perfettamente squadrato. La nonna lo teneva sempre coperto con un canovaccio lindo, perché non vi battesse sopra il sole. Dopo seguivano, messi in fila, i bicchieri d’alluminio, nel mezzo stavano - in bella vista - le bottiglie dei dolcificanti, seguivano altri bicchieri di vetro dotati di proprio manico ed, infine, alla destra, vi era la piccola macchina per tritare il ghiaccio. Ai quattro angoli del limitato ripiano pendevano le cocche della tovaglia con il loro ampio orlo. Al di sotto del medesimo stava all’ombra, protetto dalla polvere, dalle mosche e dalle api un mastello all’interno del quale gocciolava l’acqua, che veniva via via formandosi dallo sciogliersi sia dal pezzo grande sia dai piccoli frammenti originantisi spaccando, con una piccola mannaia, il ghiaccio. Ridotti a misura adeguata i tocchetti erano infilati dentro l’apertura del tritaghiaccio ed, anche, erano calcati con il coperchio apposito il cui interno era tutto a punte. L’inclinazione del piano ricoperto dalla tovaglia era studiato in modo tale da guidare gli esigui rigagnoli d’acqua proprio nella parte interna del grande recipiente. All’interno di questo mastello, la nonna aveva già versato alcuni secchi d’acqua pulita, che si rinnovava allungandosi con quella che scolava dal ghiaccio sciolto. In quell’acqua lì, la Zanna risciacquava, uno per volta, i bicchieri. In questo modo essi erano sempre netti e, fatto importante, non si mischiavano i gusti dei dolcificanti. Sopra (messo di traverso al mastello) stava il gran pezzo squadrato di ghiaccio, che serviva di scorta. Quando, anche questa forma stava per esaurirsi, la Zanna ne faceva portare un’altra dall’uomo incaricato. Così la riserva era sempre pronta. Tutti i ragazzini si ammucchiavano, a grappolo, attorno a questo banco e si spintonavano per arrivarvi vicino. Anch’io mi intrufolavo nel mezzo. Tenendo in alto, ben stretto fra le due dita il soldino, tutti gridavano che volevano l’amarena. La nonna, a quei tempi, era giovane, piena di brio e si dava da fare più che poteva. Sembrava avesse quattro mani. L'attrezzo, però, era una e più di tanto ghiaccio non poteva macinare. Non appena messo in mano un bicchiere ad un ragazzo la ‘coppiera’ diceva: “A chi tocca”? “Tocca a me. Non è vero. Il primo sono io”. Se si fosse stati in venti tutti avrebbero gridato: “Tocca a me. Il primo sono io”. Nei momenti di calca qualcuno dava una mano alla Drusiana facendo ruotare, con la manopola, la piccola ruota del tritaghiaccio. (Non ci crederete, ma questo ‘marchingegno’ lo conservo io, nella mia casa a Roma e fa la sua bella mostra sopra uno scaffale). C’erano le amarene di tanti gusti: verde alla menta, bianco alla mandorla o al cocco, rosso (ma non ricordo di che cosa fosse - forse ribes? -). Io, però, volevo la mia amarena sempre al gusto di tamarindo, color marron. La Zanna, una volta pigiato nel bicchiere il ghiaccio tritato, lo teneva stretto con una mano e con l’altra rovesciava il contenitore della ‘specialità’, tenendola con il collo volto verso il basso. La bottiglia era tappata con un tappo di sughero dal quale sporgeva un tubetto d’acciaio cromato. La Drusiana, dando scrollate, faceva uscire da tale beccuccio fiotti di sciroppo che, macchiando il ghiaccio sgranato, lo colorava ben bene. Dentro al bicchiere la Zanna vi poneva anche un cucchiaino. Quando toccava a me la nonna dava uno scossone di più e questo fatto fomentava mormorio: “Ehi! Hai visto? Fa la larga perché è suo nipote. Guarda quanto gliene ha dato!” Con il suo ‘trofeo’ ognuno andava nel posto buono per farsi vedere e, gustandosi la propria amarena, assorbiva il gustoso liquido con il fiato forzato facendolo, così, fischiare. Anche si faceva schioccare la lingua contro al palato, in segno di gran piacere. Dopo si andava a far quattro passi in giro per la piazza e per nulla ci si puliva il mento macchiato. Infatti era la prova dell’amarena mangiata!