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| Antonio Balsemin Sta sera ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
Domenico e Giovanna erano in età avanzata e quando si invecchia ci si sdenta e i pochi capelli rimasti sono tutti canuti: però anche da anziani si desidera vivere in allegria. Dice un grande scrittore latino: “Miscentur tristia laetis”1. Loro si conoscevano da bambini, nati con pochi anni di differenza e vivevano nello stesso paese. Avranno fatto anch’essi le cose proprie dell’età nei tempi giusti ed io dico e sostengo che sono state cose fatte bene. Tu sai com’è la vita: se il corpo si logora, lo spirito, invece, festeggia sempre i diciotto anni! Poverini, non potendo svagarsi come ai bei tempi propri della giovinezza, cercavano di distrarsi raccontandosi qualche barzelletta, chiacchierando e rievocando i momenti felici, da tanto tempo trascorsi. Ecco: adesso vi voglio raccontare di come una volta cercarono di tirare il collo alla malinconia. Saranno state le cinque del pomeriggio e, smaltito il loro sacrosanto pisolo, facevano come sempre quattro passi. Giovanna fu la prima ad arrivare e si sedette su una panchina del piccolo giardino comunale. Nel mentre Domenico, quieto e lemme, avanzando pian piano, con un incedere da affaticato, con la faccia d’uomo depresso, con il colorito smunto come se avesse la pece addosso arrivò vicino a lei, lei prese la parola dicendo: “Domenico, oggi sembra che ti dai arie da stravagante più del tuo solito. Guarda che io ti conosco bene e so che a te piace fare il clown e la marionetta. Eh sì sì, chi ben comincia è a metà dell’opera. Tu sei un malizioso ed uno zerbinotto2. Cominci sempre con cose futili e celate”! Lui si ferma all’istante, come stordito e con un filo di voce farfuglia: “Ma che cosa dici mai, Giovanna”? “ È proprio vero: ‘Vulpes pilum mutat, non mores’3 e tu sei uno svergognato sporcaccione”! “Mamma mia, ma vi ha morsicato una tarantola? Mi sembra che stiate vaneggiando”! Di nuovo, lei, con un sorriso furbo e malizioso (chissà mai che cosa stava rimescolando nei suoi ricordi, forse quello successole a diciotto anni o forse quello a ventidue) e come una birba comare affonda il coltello dentro il cuore dell’uomo frastornato. Nell’affilare la sua lingua sibilante ancor più di quella di una vipera quasi volesse fare impazzire il malcapitato: “Tu la prendi sempre da lontano, ma miri al centro. La tua mamma era una santa, poveretta. Io l’ho conosciuta. Guarda un po’ te che sporcaccione di figlio ha generato”! “Oh, Santa Rita da Cassia, Santa degli impossibili, aiutatemi voi! Cara Giovanna, avete mangiato a pranzo una scatoletta di tonno avvelenato”? La Giovanna, più che pettegola bensì reginetta della situazione, volendo appioppare a Domenico un colpo mancino e come volendosi levare un capriccio si lancia come un uccello rapace sopra la sua preda per affondare nelle carni gli aguzzi artigli e far schizzare sangue dalla pelle. La Giovanna, tutta incaponita, inizia aggredendo (come scrive un tal Orazio: ‘Dente lupus, cornu taurus petit’4’) l’animo di Domenico con la sua lingua tagliente più di un rasoio e sgrana una girandola d’improperi: “ Perìndirindindìna! E tu persisti, tu fai lo gnorri, figlio di un cane qual sei, tu insidi come una brace coperta, fai la gatta morta, il timido, il pelandrone, l’uomo infido, il tonto, lo zimbello, lo stralunato, il citrullo, il petulante, lo stolto, il poco di buono, il senza vergogna, il balordo, il babbeo, il mattacchione, il bigotto, il devoto falso, il birbante modello, il seccatore appiccicoso!
E allora levami questa curiosità e spiegami: com’è che vai in giro con la patta aperta ”?