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Antonio Balsemin
Sta sera ve conto…

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9          QUANDO TAGLIAVANO L’ERBA*

 

Tutti in casa erano contenti. La stagione era stata ottima, sole e pioggia in misura giusta. Già da alcuni giorni i grandi si radunavano al riparo del sottoportico, seduti sopra gli sgabelli a tre gambe, par rifare il filo alla lama delle falci. Prima, però, le falci si arrotavano con la pietra tonda infilata nel suo perno di ferro e posta sopra l’apposito cavalletto. Ricordo che io o ruotavo questa gran pietra con l’apposita manovella o la tenevo inumidita gettandole dosso schizzi d’acqua. Le ammaccature grandi erano pareggiate martellando la lama con un martello apposito, il quale da una parte era piatto e dall'altra a testa arrotondata. Una volta liberata la lama dal suo manico e posta la parte usurata da ricostruire sopra la piccola incudine, si martellava leggermente sopra la parte più grossa per estenderla e riempire, così, la porzione consunta. La linea del filo della lama era un po’ ondulata ma, o con la pietra apposita o con quella a mano, si livellava per bene il tutto. Ad operazione ultimata tutte le dentellature dovevano essere fatte scomparire. Ognuno controllava la lama osservandola con l’occhio semichiuso e tastandola con il polpastrello del pollice, bagnato con della saliva. Rifatto il filo della falce si rimetteva il suo manico, bloccandolo con una zeppa di legno. Infine si appendeva la falce ad un grosso chiodo o ad un gancio fissato nel muro e ben in alto di modo che nessuno v’inciampasse, tagliandosi. Accanto alla falce, si appendeva anche il coaro con il suo uncino, con le punte ben limate per non pungersi. Quasi tutti i contadini possedevano più di una falce e, quindi, ribattuta una si passava a restaurare le altre. Quando ci si recava nei prati a falciare l'erba era sempre meglio avere una lama di riserva. Io non ho mai usato la falce, perché troppo giovane. Andavo, però, nei prati in compagnia dei miei zii e ricordo che, quando si rinveniva fra l'erba piantine d’acetosa di prato, correvo a strapparle con le mani e mangiavo, con golosità, queste erbe dolciastre. Dovevo aspettare, però, che con la falce gli zii arrivassero proprio a limite di queste piantine perché, se avessi camminato sopra l'erba da tagliare, l’avrei storta ed acciaccata, rovinandola.  Se mi arrischiavo a farlo, erano sonori scappellotti! Impugnata la parte alta del manico lungo di legno della falce con la mano sinistra, stringendo il paletto posto a metà di detto lungo manico con la mano dritta, appoggiandosi sulla coscia della gamba destra e divaricando ben bene le gambe, si faceva mezzo passo in avanti dando uno scatto con la lama della falce tenuta in piatto e alla giusta distanza da terra e si tagliava una striscia d’erba.  Questa si posava leggermente al suolo, come se fosse stata ricotta. Quando con la lama s’incappava in uno stecco o in un sasso volava una sonora imprecazione. Di tanto in tanto i lavoranti si riposavano e, dopo essersi rinfrescati con un po’ di vinello annacquato, s’inumidivano il palmo delle mani con della saliva sfregandole una l’altra e ricominciavano a falciare altra erba. A sera, tornando a casa, si parlava del più e del meno e ricordo che non mancava mai che qualcuno dicesse "Poveracci noi, se ci vedessimo le budella le vedremmo nere come il catrame"!

 

 




* Un lavoro importante e necessario di un tempo.






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