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| Antonio Balsemin Sta sera ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
21 CON IL SOFFIARE FACEVO FISCHIARE LA FOGLIA*
Il gioco di far fischiare la foglia d’erba selvatica non costava un soldino, si poteva protrarla per ore ed ore, si rideva un sacco, non vinceva nessuno e tutti erano contenti. Secondo come la foglia era sottile o larga, stesa diritta o messa storta e, anche, secondo quanto fiato tu le soffiavi contro, essa fischiava come un canarino o muggiva come un bue. Questo ultimo suono, quando riusciva ben fatto, faceva scoppiare, a tutti, le budella per le risate. Quando la gente, nel dopopranzo, andava a coricarsi per riposarsi un po’, noi ragazzetti (eravamo di solito solo maschietti) si andava nei prati o lungo i fossati, dove cresceva dell’erba dotata di foglie lunghe e strette, tutte un reticolato di nervature resistenti. Gli orli di queste foglie tagliavano come lamette e se, per sbaglio, tu imbroccavi il loro filo questo ti tagliava la pelle. Fuoriusciva gran quantità di sangue e, non essendoci alcunché d’altro da fare, si succhiava la ferita per fare uscire il sangue infettato. Qualcuno mingeva sopra la ferita perché si affermava che l'urina, essendo acida, era un buon disinfettante. Il gioco delle foglie era questo. Arrivati in un posto adatto ed isolato, ognuno cercava la sua bella foglia diritta, la prendeva con le punte delle dita per il lato largo e il più in basso che era possibile. Dopo, il ragazzo dava uno strattone secco, perché la foglia doveva risultare come se fosse stata recisa con le forbici. Se la foglia era recisa male bisognava buttarla via. Con la massima attenzione si postava la parte della punta della foglia proprio sopra il polpastrello del pollice, bloccandola con quello dell’anulare. Così, bloccata la foglia con la punta nella parte in avanti, la si pareggiava ben bene, di piatto, nella parte sottostante il pollice del palmo della mano. Lentamente, senza produrre pieghe o strappi agli orli della foglia, la si tirava con l'altro palmo finché i polpastrelli dei due pollici combaciavano alla perfezione. In questa maniera la foglia fungeva da 'corda di violino', ben tesa nel vuoto della fessura interposta fra le due mani. Vi si appoggiavano sopra le labbra e, finalmente, soffiando si provocava la 'musica'1. Il fiato doveva essere asciutto, senza saliva. Infatti, se la foglia fosse stata bagnata non avrebbe potuto vibrare con risonanza. Si poteva ripetere l’operazione più volte finché la foglia non si raggrinziva o si slabbrava. A foglia stracciata se ne raccoglieva un'altra e si ricominciava a giocare. Solamente quando, tramontato il sole, imbruniva ed era giunta l’ora di andare a cena si rincasava felici e contenti di essersi bene svagati.