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Antonio Balsemin
Sta sera ve conto…

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22        LA SLITTA E LE STELLE*

 

Questa sera vi voglio raccontare una storia vera, accaduta proprio a me.

Se ci si metteva di schiena rispetto alla chiesuola detta ‘la Madonnina nera’ (attualmente non esiste più perché demolita ma, ai miei tempi, era costruita nella curva della via dettaVia del Santo’, isolata e ben visibile) dopo aver attraversata la strada principale che portava (e che porta) a Vicenza, ci si poteva immettere in una piccola strada in terra battuta che aveva nel lato sinistro i giardini recintati del ricovero detto 'Casa Scalabrin' e nel lato destro, la campagna dei Massignan. Alla sinistra della stradina (alla fine del tratto che si snodava nella parte pianeggiante) vi era una vecchia costruzione del tutto abbandonata, senza porte, telai, vetri, imposte di finestre. Si raccontava che qualcuno avesse bruciato gli infissi per potersi riscaldare nelle noti ghiacciate. Si trattava del vecchio lazzaretto tenuto in totale stato d’abbandono forse pensando o sperando che la peste non sarebbe tornata mai più. Con questa tetra costruzione finiva il paese e tutt’intorno vi erano vigneti e campi coltivati. Nel continuare la salita la stradina già stretta diventava poco più che un viottolo. Vi si poteva transitare a piedi o con il carretto a due ruote, ma non con i carri a quattro ruote. Penso, anche, che gli animali da tiro non sarebbero riusciti a trainarli verso l’alto: troppo ripida la china! Se si fosse fatto giro su se stessi, cioè, se un qualcuno si fosse messo il monte di spalle, sulla sinistra e sul davanti avrebbe potuto vedere i campi, che arrivavano fino alla strada provinciale. Con l’iniziare il via dalle falde alte dei monti si sarebbe potuto, neve o ghiaccio permettendo, praticare lo sci o giocare con la slitta. Gli sci costavano molti soldi e solamente poche persone potevano permettersi di comperarli. Per i ragazzi c’era la slitta. Il terreno, se ben coperto dalla neve ghiacciata, era tutto una lastra scivolosa ed era un divertimento pazzesco piroettarsi verso il basso, sopra il proprio slittino. Quindi, veloci si ritornava al posto di partenza e ciascuno trainava il suo marchingegno per lo spago. Più di qualcuno, rovesciandosi, si ammaccava o si slogava un piede o si scorticava la pelle scivolando sopra il ghiaccio o si feriva con gli spezzoni delle canne di granturco recise con il falcetto, che spuntavano come giavellotti qua e . Ma queste sventure toccano solamente gli altri, a me no (ognuno pensava)! La slitta era un attrezzo, un giocattolo, una specie di piccolo carretto senza ruote. La parte di sopra era un ristretto piano e la parte di sotto, sprovvista di ruote, teneva due piccole tavole messe per lungo e di coltello. Le parti sottostanti anteriori delle due tavole erano arrotondate. Chi le possedeva vi inchiodava delle sottili strisce di lamiera, nel senso longitudinale. Poteva alloggiarvici sopra un solo occupante e, stingendosi, anche due. Non era fornito di volante d’alcun tipo e il ‘sofer’, se stava seduto, guidava il bolide strattonandolo con lo spago inchiodato in punta delle due tavole. Sempre nello scendere, se si stava di pancia in giù ci si aiutava con due punteruoli, che erano forniti nella punta verso terra di due grossi chiodi. I punteruoli (due pezzi di legno) di solito erano spezzoni segati da un manico di scopa. Sentite che cosa una volta mi capitò. Vi sembrerà impossibile ma dopo oltre cinquant’anni se ci ripenso patisco ancora dei dolori. Sopra dello slittino, come detto, ci si poteva sistemare o di pancia in giù oppure seduti tenendo gambe e piedi in davanti. Non tutte le volte le corse ti andavano bene. Qualche volta tu perdevi l'equilibrio, qualche volta ti ribaltavi, qualche volta andavi fuori pista, qualche volta si rovesciava lo slittino. Quella volta , quella della quale vi voglio parlare, nel pilotare lo slittino persi la guida e quello se ne andava diritto, come un pallettone di fucile, in direzione di un albero. Stavo seduto con le gambe divaricate e ben alzate così da non frenare la corsa con le suole degli scarponi. Cercavo di correggere la direzione della mia ‘vetturadandole violenti strattoni, ma essa proseguiva per conto suo. Ad un certo momento, visto a che cosa stavo per andar a dar di cozzo, rimasi come paralizzato e non facevo altro che gridare. Slitta ed io con le gambe allargate centrammo perfettamente, comprese le mie ‘parti innocenti’ il tronco di un gelso. Esso restò imperterrito io, all’opposto, vidi tutte le stelle ed i pianeti del cielo. Credetemi, vidi risplendere perfino la stella cometa!

Si era nel periodo natalizio e, a differenza del piccolo Gesù che si trovava adagiato all’interno della mangiatoia e che sapeva di questa stella particolare ma non poteva vederla perché il tetto di paglia della capanna gliela nascondeva, io, per contro, la vidi in tutto il suo fulgore e così immensa che iniziava da oriente e finiva ad occidente, con un segmento di testa ed uno di coda celati di dall’orizzonte, nei confini tra cielo e terra. Poveraccio me, quella volta, che “batosta” mi toccò!

 

 

 




* Fatto vero con finale fantasticato.






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