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Antonio Balsemin
Sta sera ve conto…

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24        LA CUCINA DI MIA NONNA CLORINDA*

 

La casa dove sono nato ed ho abitato da bambino era costruita poco lontano dalla 'Porta Calavena' del mio paese 'Castello'. Era piccola, umida, buia, con il frontale a nord e, godendo quasi per niente di sole, d’inverno era molto fredda. Ebbi una salvezza: la casa di nonna Clorinda nella contradaCalpeda’! In quel luogo andavo di continuo, appena potevo. Ricordo tante cose ed esse sono presenti dentro di me. Stasera vi racconto della cucina di mia nonna. Provenendo dall'aia, salendo un gradino e superato l'architrave della porta, ti trovavi immediatamente all'interno, cosi che vedevi l’intera stanza con un sol colpo d'occhio. Alla sinistra, appena superato il vano porta, spiccava il caminetto, bello, semplice, imponente, ben costruito e fornito di una gran cappa. Al centro di questa copertura, pendeva la catena che terminava con un uncino al quale si appendeva il paiuolo di rame per fare la polenta. In una nicchia piccolina, scavata nel muro dell'ala di destra, si teneva la scatoletta dei fiammiferi ed, anche, una candela da accendere se veniva a mancare la luce elettrica. Si vedevano gli alari, la lunga canna di ferro per soffiare sul fuoco e il mantice con le sue due ossature di legno sigillate con della morbida pelle di bue. Quest’attrezzo terminava, nella parte anteriore, con una bocchetta di latta d’ottone, schiacciata. Faceva parte del corredo del caminetto la paletta, il robusto attizzatoio per smuovere i ceppi, la lunga molla per asportare le braci, il treppiede e la piccola scopa di saggina. Appesa all'altra parete interna del caminetto una padella tutta forellata che serviva per arrostire i marroni. La leccarda era tenuta al chiuso nell'interno di una credenza a muro e, nel medesimo vano, si proteggeva, anche, il girarrosto che custodivano come un reliquiario. Questi due preziosi oggetti non dovevano impolverarsi ed, in particolare, gli ingranaggi e la molla del congegno del girarrosto non dovevano arrugginire con l'umidità. Nella parete dove si trovava la finestra e proprio sotto la medesima, vi stava ammassata la legna da bruciare. I ciocchi più grossi, rotti a colpi di mazza su i cunei di ferro, erano per il camino, i ciocchi più piccoli erano per la stufa economica.  Così, con una copiosa scorta di legna al coperto, se pioveva, tirava la tramontana o la bora, non si correva il rischio di infradiciarsi di pioggia e patire soffiate di vento gelido recandosi alla catasta delle fascine o alla legnaia. Al centro della cucina, appesa ad un uncino avvitato in un trave, c'era una lampadina che irraggiava una fioca luce e che funzionava con la corrente elettrica a cento e dieci. Questa piccola fonte di luce era sempre accesa perché il consumo era pagato a ‘for-fait’. Una volta chiesi a nonna perché non spegnesse mai la lampadina e lei mi spiegò che, se si continua a staccare e a riattaccare il flusso elettrico con l’interruttore, il filino della stessa può fondersi. Se la lampadina si guasta, continuava, si sarebbe dovuto comperarne un'altra e sono molti soldi spesi inutilmente. Concludeva: stuzzicando la lampadina il meno possibile, rimarrà integra più a lungo! Murata nella parte esterna della finestra del cortile, vi era una robusta inferriata a quadri tutti uguagli ed affissa alla medesima, bloccata con filo di ferro minuto, vi era una retina sottilissima, quasi da setaccio, così da impedire il passaggio ai sorcetti, ai ramarri, ai calabroni, alle mosche, alle zanzare e ai moscerini. Sopra l’ottomana di color marrone e poco al di sotto del solaio costruito con travi ed assi, spiccava, appeso ad un chiodo conficcato nel muro, uno specchio con la cornice di legno ben verniciata con vernice di ceralacca e tutta incisa con la sgorbia e lo scalpello. La parte più evidente era una scultura, che voleva rappresentare un drago con la coda lunga e questa terminava con un punteruolo acuminato. Questo mostro possedeva orecchie ed ali da pipistrello e, dalla sua bocca spalancata, sporgeva, tra i denti affilati, una lunghissima lingua che andava snodandosi a tortiglione. Esso incuteva quasi paura ma, ben scolpito, a me piaceva. Una volta chiesi spiegazioni alla nonna che cosa mai volesse significare quel mostro cattivo, brutto come uno scarafaggio e che sembrava ti volesse mordere. Lei, con più proprietà di una maestra, mi spiegava che, esso, rappresentava il diavolo che scaraventa all’inferno le donne che rimangono eccessivo tempo a rimirarsi il viso allo specchio, ad arricciarsi i capelli, ad imbellirsi le labbra con il rossetto e le guance con le creme, per fare poi le ‘attraenti’. Lei concludeva: è un peccato grave!  Ed io rimanevo affascinato per tutti i fatti che la nonna conosceva! Al centro della stanza vi era una gran tavola con le sue sedie e, riposto in un angolo, si vedeva un seggiolone per bambini. Addossato alla parete di fondo, quella corta, faceva la sua bella figura un’imponente credenza con gli angoli arrotondati, di colore scuro. Era ben visibile, anche, una cassapanca con il coperchio ribaltabile ed, inoltre, una vetrina a muro con quattro sportelli: i due alti forniti di vetri e i due in basso tutti in legno massiccio. In quel sacro posto ‘la cucina’, ci si raggruppava tutti, si mangiava, si beveva, si conversava, si recitava il rosario e ci si rilassava. Bei tempi, tempi passati! Forse sono nostalgico! Non sono più giovanetto! A quei tempi si ballava la mazurca, il valzer, la polca ed anche qualche ballo moderno. Se ballavi lo ‘spintotango, ti facevano sentirti in colpa e, se t’accostavi all'Eucarestia, per scrupolo, dovevi confessarti! Adesso c'è il motorino, l'automobile, il telefonino, la televisione, i night-club, lo ‘spinello’, la canna, lo spinello, la pasticca, la ‘pera’… Chissà se sono stato più fortunato io, allora, o i ragazzi di questi tempi!…

 

 

 




* Ricordi di cose viste e vissute nella fanciullezza.






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