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| Antonio Balsemin Sta sera ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
25 LE FRITTELLE CON L'ERBA AMARA*
Quando vivevo a Castello di Arzignano (nel Vicentino alto), a guerra appena terminata, il cibo scarseggiava e tutto riusciva gradito, anche il meno buono. Le frittelle con l’erba amara1 erano una buon’opportunità per saziarsi giacché, con pochi soldi, si poteva prepararne in gran quantità. Occorrente: farina bianca, un paio d’uova, una presa di sale e detta erba impastata con acqua. Il tutto si friggeva nell’olio, quello di semi, per risparmiare. Quando la mamma per cucinare qualche alimento, non avendo niente di meglio, voleva preparare questi dolci mi diceva: “Antonio, se vai a raccogliere la ‘maresina’ ti cuocio le frittelle”. Ed io, capirai, andavo di corsa. Nel camminare lungo le siepi e nel percorrere i viottoli dei campi, come scovavo cespugli di detta erba, ne raccoglievo fintantoché non avevo empito la sporta. Ritornato a casa tenendola ben in alto dicevo: “Mamma, ecco la ‘maresina’. Guarda quant’è. Suvvia, prepara le frittelle!” Lei si dava il suo da far con pentole, conche, teglie e con tutto il necessario. Presto, sopra la tavola, appariva una terrina strapiena di frittelle fumanti. A questo punto la mamma vi disseminava sopra abbondanti manciate di zucchero e con questa ‘benedizione’, il tutto diventava una leccornia. Hanno voglia quelli che, poverini, non hanno avuto la fortuna di assaggiare queste prelibatezze, di ricorrere al vecchio trucco della furba volpe, che, non arrivando a prendersi il grappolo d’uva del filare, salvava la faccia ma non la pancia, dicendo: “Nondum matura est”2! Loro, quei poverini sopra citati, direbbero: puzzano! Sì sì, avranno anche ragione nell’affermare che puzzano, ma a quei tempi, per noi ragazzini, le frittelle non erano mai abbastanza e si divoravano tutte. Nel fondo della terrina non restava niente, neppure la più piccola. Anzi, colui al quale capitava quella piccola rimasta ultima, diceva brontolando: “Ma proprio a me doveva capitare questa ‘caccola’?”