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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
Vederlo adesso innanzi ai miei occhi, vederlo in una fotografia se fosse stato fotografato allora, vederlo oggi come esso era ai suoi tempi, per me è lo stesso risultato. Pian piano sono andato avanti con l'età, ma se chiudo gli occhi e ritorno giovanetto in un giorno qualsiasi, di un mese d’estate, di un anno qualunque di quelli sotto i miei dieci anni, vedo il filare di uva clinton1, che si snodava perfettamente dritto seguendo l’orlo della scarpata, che andava a morire al margine della muraglia a secco. Questa, in dialetto detta ‘masiera’2, a sua volta, sosteneva lo sbalzo fra la strada comunale e la proprietà del nonno Antonio, soprannominato ‘Piero de i Pieri’. Detto filare correva attiguo alla capitagna, che segnava il limite della terra coltivabile. Di tanto in tanto, ad intervalli regolari, vi erano messi a dimora degli ontani o dei gelsi, che sostenevano i fili di ferro, che, a loro volta, reggevano i tralci delle viti perché, se lasciate crescere spontaneamente, si sarebbero sviluppate appoggiandosi al terreno perché il loro fusto non ha consistenza sufficiente per svilupparsi in modo eretto. Fusto e tralci delle viti erano legati, con dei più o meno sottili rametti elastici di salice selvatico, al filo di ferro ben teso fra albero e albero e, fino a quando essi non marcivano, mai erano sostituiti. Per far rimanere il filo di ferro sempre ben teso, in altre parole, ben tirato fra un sostegno e l’altro e in linea retta, si cominciava, in un primo momento, tenendolo molle e, dopo, messi solitamente a metà due paletti incrociati, tenderlo al massimo, tenendo fermo un paletto e ruotando l’altro nel verso giusto. La parte del filo di ferro in più, era, in tal modo, torto intorno ad uno dei due paletti. Quando il filo di ferro arrivava alla tensione voluta, si bloccava uno dei due paletti con un rametto di salice allo stesso filo di ferro. Così fissato, il filo di ferro non si sarebbe srotolato. La strada interna era larga quanto bastava per far transitare il carretto di campagna, il carro a due ruote (in dialetto detto ‘brento’3 ), il carro grande ed altri macchinari, che servivano per lavorare la terra. La strada aveva due propri solchi nei quali non attecchiva un sol filo di erba perché era continuamente schiacciata dai cerchioni di ferro delle ruote dei carri, che vi passavano sopra. La parte del terreno, che andava verso il basso e che formava la scarpata messa nella parte destra, dirigendosi in fuori rispetto alla casa dei nonni, non era mai lavorata né con il badile, né con il piccone e si lasciava allo stato incolto. Infatti, lasciandovi crescere spontaneamente sopra la gramigna, che sottoterra è tutta radici fittissime, avrebbe saldamente fissato il terreno. Questo, nel caso fosse piovuto eccessivamente, avrebbe potuto farsi molle e slittare verso la strada sottostante. Ricordo che i miei zii quando falciavano l’erba in questa lingua di terra in forte pendenza, brontolavano sempre perché dovevano far doppia fatica: una per il falciare faticoso ed una per farcela a tenersi eretti. Ma, per Bacco, era erba anch’essa e si doveva falciarla e raccoglierla perché le mucche sono sempre affamate! La parte dei campi interna alla strada, quella che si apriva verso l’alto, in altre parole, quella che era arata, erpicata, seminata, zappata era separata da un piccolo fossato, che avrebbe guidato l’acqua piovana in eccedenza verso il punto adattato allo scolo e defluire senza rovinare i campi, la strada campestre e la stessa scarpata.
In quei tempi passati, quando si presentavano tanti problemi, che oggi non esistono più, era premura di tutti i contadini di coltivare oltre ai filari di uva, che fruttava di più per ricavarne del vino, anche qualche vitigno di uva clinton. In quegli anni le difficoltà per la campagna erano molte e, oltre alle malattie provocate da batteri, potevano aggiungersi: gelate, eccessiva pioggia, grandinate, siccità e altre calamità. Per le viti di uva clinton non serviva né verderame né zolfo. In fin de i conti, coltivare questo tipo di viti sarebbe costato meno fatica ed il raccolto era sicuro, ma i grappoli erano minuti e i grani radi e, così, si sarebbe potuto raccogliere poca uva da pigiare. Con una scarsa raccolta si empivano poche botti e, poiché il terreno che ogni proprietario possiede è sempre poco, era conveniente curare lo stretto necessario di questo tipo di vitigno. L’uva clinton, per quanto riguardava i batteri, ne era indenne e, se le altre viti fossero state intaccate dalla fillossera, avrebbe ovviato alla penuria di vino quel poco di clinton, che si era vendemmiato. Non avendo bisogno di alcuna cura, era uso mettere a dimora anche una sola vite qua e là, nei posti più isolati. Bastava conficcare un palo in terra o sistemare una lunga pertica fra due alberi e legare fusto e tralci. Per la raccolta dei grappoli di queste viti isolate, non si andava con il carretto, ma si andava o con una cesta portata a mano, che era confezionata con sottili rami di salice selvatico oppure portare con l’arconcello due ceste appese ai suoi ganci. L’unico attrezzo indispensabile era la forbice da potatura o un piccolo coltello.
“La lingua batte dove il dente duole”, recita un vecchio detto. Io, ma credo anche tanti altri, più di qualche volta mi trovo a ricordare i bei tempi trascorsi. Forse che sia un “Laudator temporis acti”?4 Spero proprio di no, anzi, scrivendo vorrei realizzare l’impegno di tramandare a coloro, che ancora non ‘sono’, non la storia di me vecchiotto, ma le storie della storia degli Avi miei e anche loro.