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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
Nei tempi andati ogni contadino allevava quante più bestie poteva e le più valutate erano le mucche: producono il latte, fanno il vitello e quando si fanno vecchie si cedono al macellaio. Foraggio e acqua si trasformano in latte: latte vuol dire mangiare e se fosse possibile venderne una parte al lattaio sono soldi, che entrano in tasca. Al fine di tenere ben pasciuti questi animali era essi fornito abbondante foraggio: trifoglio, erba medica ed erbe d'ogni specie, fieno, paglia e, quando arrivava la stagione propizia, anche le cime del granturco. Ora, aiutandomi con la memoria, vi racconto come si svolgeva la raccolta delle cime.
Questa pianta, una volta portata la pannocchia a maturazione, per il contadino era giunto il tempo di andare ad asportarne la cima prima che la stessa fiorisse e formasse il pennacchio. Questa parte (con le proprie foglie) restava sempre tenera, dolce, facile da masticare. Quando si gettava nella greppia questo tipo di granturco selvatico, le mucche e i buoi sbuffavano e lo inghiottivano avidamente, sembrando quasi impazziti e per il godimento del mangiare agitavano la coda. Doveva essere zucchero per essi! A tempo debito si costumava andare in gruppo sul calar del sole (perché nella mattina ci si sarebbe bagnati con la rugiada) a mozzare la parte alta del fusto del mais: operazione facile e non faticosa. Bastava puntare dalla tua parte il pollice e il resto della mano dall’altra parte del fusto, facendo perno sul nodo soprastante a quello fornito della pannocchia. Con un movimento secco, dovevi far pressione e piegare la canna verso la parte esterna. La stessa cedeva all’istante, con uno schiocco, senza danneggiare la parte inferiore del fusto. Cima dopo cima, esse erano poste sul braccio aperto a mo’ di archetto rovesciato fino a formare una consistente raccolta. Una volta che questa fosse divenuta troppo pesante la si andava a deporre sul mucchio comune, sistemato a terra. Tutti (me compreso) portavamo le cime raccolte, lì. Una volta che il lavorante aveva spiccato le due file parallele, si spostava un po’ più in là e (sistematosi al centro) incominciava a cimare le due file attigue. Il raccolto era ammucchiato creando una nuova posta. Questi mucchi, ad intervalli di cinque sei file, stavano al limitare della strada campestre, luogo comodo per il carretto, che, una volta messe insieme sufficienti cime, sarebbe transitato seguendone i solchi. Lavoro facile sia mozzarle, ammucchiarle, distribuirle alle bestie. Non occorreva rastrello, né forca, né falcetto e si ripartivano a bracciate direttamente dentro le greppie. Le bestie mangiavano questo foraggio con molto gusto e sembrava che le mucche producessero più latte e, addirittura, più denso. Il fatto al quale si doveva prestare attenzione era di tenere le braccia coperte, di agire con attenzione e di non stringere con forza, ma dolcemente, perché la parte inferiore delle foglie era ruvida ed avrebbe potuto ferire la pelle. Un modo di fare da evitare era quello di prendere le foglie per il verso sbagliato perché esse tagliavano come rasoi. Per produrre questo tipo di foraggio ricordo che si seminava anche qualche piccolo appezzamento a ‘sorgo selvatico’1. Questa pianticella non produce pannocchia ma tante foglie ed il suo fusto rimane morbido e sugoso. Della gente lo chiamava ‘sorgo sinquantin'(1a) (perché matura in cinquanta giorni), altri lo chiamavano ‘sorghéto’(1b). Questa piccola pianta, giunta ad una determinata altezza, era recisa con il falcetto e, una volta raccolta a bracciate, era portata prima sotto il portico e dopo era posta nelle greppie degli animali. Nell'eseguire questi lavori era sempre caldo, le giornate erano lunghe e si stava volentieri nell’aia per chiacchierare, per raccontare storie e, qualche volta, a cantare vecchie canzoni.
A sera fatta, dopo aver cenato e chiacchierato, ci si radunava attorno alla tavola, in cucina. Si finiva la giornata recitando il rosario e quindi ognuno si coricava per riposarsi ed esser pronto per il lavoro del giorno seguente.
Nota illustrativa. Il vocabolo che usualmente e generalmente è usato per granturco (oppure granone, formentone ecc.) è assolutamente errato perché la denominazione deve riferirsi alla Zea majs, che è l’unica specie del genere Zea delle graminacee. Il suo nome in lingua italiana è mais, scritto anticamente maiz, di trasmissione ispanica ma di origine arancana (tribù indie stanziate sulle Ande cilene, già fin dal 3000 a. C. dagli ultimi reperti umani recentemente rinvenuti).
Il mais, pianta annua, con fusto robusto, pieno di midollo (dal Diz. Enc. Ital. Treccani, vol. VII°, pag. 280/281, riassunto dallo scrivente della presente nota) è dotata di foglie ampie e fiori monoici. I fiori maschili sono riuniti in un'unica infiorescenzahia, detta popolarmente pennacchio (o più esattamente cima) situato all'estremità dello stelo; i fiori femminili con una infiorescenza a spiga composta, detta popolarmente pannocchia, avvolta da foglie larghe a cartoccio (brattee), che formano il cartoccio ed è inserita ad un nodo dello stelo. Ogni pianta ha un solo pennacchio, ma può avere più pannocchie.
La pannocchia è formata da un asse ingrossato (il torsolo della pannocchia) detto tutolo sul quale sono inseriti, in numero variabile di doppie, file i fiori femminili e quindi i chicchi o grani o granelli. La miglior classificazione è quella proposta da E. L. Sturtevant, che divide la specie in gruppi a seconda dei granelli cornei, in granelli a denti di cavallo, a granelli farinosi, a granelli zuccherini. In pratica si segue una classificazione basata sulla lunghezza del ciclo vegetativo (riassunto da pag. 281), che divide i mais coltivati nei seguenti gruppi:
- maggengo: ciclo di 170 – 180 giorni
- agostano : “ “ 140 – 150 “
- agostanello : ciclo ancora più breve
- cinquantini o quarantini : ciclo brevissimo.
Il mais, che non è conosciuto allo stato spontaneo, è originario dall’America Centrale e fu importato in Spagna da C. Colombo da uno dei suoi viaggi. Nell’America Centrale era coltivato moltissimo e costituiva l’alimento principale delle popolazioni indie. La coltivazione del mais risale al 3000 e più a. C. In Italia fu conosciuto dopo il 1500 e la sua coltivazione si diffuse molto lentamente e si è sviluppata in epoca recente.
Attualmente è uno dei cereali più coltivati nelle zone temperate e calde di tutto il mondo. In Italia è prevalente nella zona padana con un milione e cinquecentomila ettari con produzioni di 100 q.li per ettaro. Sono possibili due raccolti annui. Gli steli della pianta hanno necessità di zappature e rincalzature per favorire l’emissione di altre radici, che rafforzano la pianta. Talvolta è necessaria l’irrigazione.
Il mais è servito per secoli alla produzione della farina, che serve alla preparazione della polenta mediante semplice bollitura. Ha sfamato milioni e milioni di famiglie contadine ed è attualmente gradita a molte persone nell’anno 2002.