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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
12 IL MATERASSAIO*
Il materassaio del quale vi sto parlando era un vecchietto tutto pelle, nervi, ossa. Egli parlava poco e quando lavorava non voleva che alcuno gli parlasse o gli stesse vicino: affermava che le chiacchiere lo distraevano e gli facevano perdere la concentrazione! Il suo nome di battesimo può darsi che lo conoscessi, ma non me lo ricordo più e, tanto, non avrebbe servito a nulla: chi lo voleva incontrare doveva cercarlo dicendo il suo soprannome. In paese tutti lo conoscevano perché era stimato il più bravo materassaio per dipanare la lana o il crine vegetale per materassi. Chi voleva che venisse proprio lui a rinverdire la lana, occorreva che si mettesse in nota perché detto materassaio non aveva mai pause di lavoro perché tutti ambivano proprio e solamente lui. Nei tempi miei dormire su un materasso di lana era segno d'agiatezza e di essere dei benestanti. Chi n’era fornito se ne vantava come se possedesse un piccolo patrimonio. Chi se lo poteva permettere usufruiva addirittura di due materassi di lana; chi aveva meno possibilità sistemava sopra le tavole o sopra le reti, prima un materasso riempito di crine vegetale e sopra di questo un materasso di lana. Chi non aveva molto danaro, doveva accontentarsi del solo materasso di crine vegetale e, chi era povero, doveva dormire sopra il pagliericcio, riempito con le foglie delle pannocchie sgusciate del granturco, oppure, riempito con le piume dei pollastri, dei capponi o delle galline. Questo tipo di piume, però, faceva nascere i pidocchi pollini e chi vi dormiva sopra si lagnava perché sosteneva che in casa vi erano due luoghi pieni di pidocchi: uno nel proprio letto e l’altro nel pollaio. I signori sopra il materasso di lana vi ponevano anche un soffice strapunto riempito di piume d'oca. Sì sì, cari miei, comodità riservate a pochi! Queste particolari piume non ammuffivano, non producevano pidocchi pollini, non esalavano cattivi odori, non si raggrumavano, restavano sempre morbide, vaporose e bastava una volta l’anno e sempre d’estate scucire la fodera, allargarle sopra una coperta sistemata nel cortile, rimuoverle sossopra con le mani, arieggiarle tenendole esposte al sole e, prima di ricucire la fodera, aggiungere qualche manata di piume novelle così da tenere il materasso ben rigonfio. Il battilana come strumenti di lavoro portava con sé due cavalletti, due sottili verghe elastiche, due tavole, un grosso ago da basto ed alcuni gomitoli di spago sottile e resistente. Egli sceglieva un luogo non proprio vicino alle case e, se era possibile, al riparo di un portico, dove il terreno era asciutto e pareggiato. Prima di dar inizio al suo maneggio il materassaio faceva scucire la fodera alla proprietaria del materasso perché ammucchiasse la lana raggrumata sistemandola alla sua destra e, anche, faceva allargare un lenzuolo pulito alla sua sinistra per raccogliere la lana mondata. Dopo, con le due sottili verghe di legno, acchiappava alcuni grumi di lana intricatasi e li poneva sopra il piccolo piano formato dalle due tavole messe a paro. Egli si metteva in posizione comoda, con le gambe leggermente divaricate, la schiena ben dritta ed iniziava ad allentare i groppi rappresi di lana. La sua maestria era di non solamente battere la lana posta sopra il piano, ma quando essa stava sospesa in aria, di riprenderla come scendeva verso il basso e ribatterla nuovamente con le due bacchette, prima che si posasse sopra il piano di lavoro. Par farla breve: la maestria era in un primo momento di districare il grumo sopra le tavole per allentarlo quel tanto che era possibile ed in una seconda fase, dopo aver lanciato in alto i ciuffi dipanati, di ripercuoterli nel tempo stesso che erano librati nel vuoto, facendoli roteare più volte. In questa maniera la lana non solamente si districava del tutto ma si liberava dalla polvere e dai pidocchi pollini, se ve n'erano. Quest'operazione era smessa solamente quando il grumo di lana rappresa si presentava come un fiocco lieve e vaporoso. Ragazzine e ragazzini erano tutti in cerchio a adocchiarlo, anche i vecchi stavano a guardare fumando il toscano e le vecchie, sedute sulle sedie spettegolando e lavorando ai ferri o all’uncinetto, di tanto in tanto davano delle veloci sbirciate. Tutti rimanevano meravigliati osservando con quanta maestria e sveltezza maneggiava le due bacchette facendo roteare i ciuffi in aria: per tutti era un artista! Nel caso tirasse la brezza, questa trasportava il pulviscolo e tu o scappavi o ti spostavi perché la polvere, che t’investiva, ti avrebbe sporcato tutto, ti avrebbe recato prurito agli occhi e ti avrebbe fatto starnutire.
Questi fatti erano apprezzati come dei piacevoli passatempi ed erano motivo di commenti: sulla bravura del materassaio, sulla qualità della lana, sui prezzi al mercato della lana nuova, di quando ciascuno pensava di far rifare i propri materassi ed altri argomenti inerenti. Alla fine tutti si era contenti: i ragazzi perché si erano divertiti, i vecchi perché avevano parlato di qualcosa, le vecchie perché, di tanto in tanto, avevano staccato gli occhi dai ferri o dall’ago o dal lavoro con l’uncinetto o al tamburello del ricamo e il materassaio perché, grazie al suo lavoro, si era guadagnata la sua giornata.