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Antonio Balsemin
Desso ve conto…

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13        IL TORO DI BRONZO*

 

Oltre duemila anni orsono viveva un uomo cattivissimo, così crudele che i contemporanei lo soprannominarono il TIRANNO. Per darvi un’idea di qual mai natura malvagia fosse quest’uomo basta sappiate che, dopo aver sconfitto i soldati dell’esercito dei Leontini, egli li fece scaraventare vivi nel cratere del vulcano Etna. Il suo nome? Falaride1. Bastava sentirlo nominare e tutti si mettevano a tremare come foglie ed incrociavano le dita per evitare la cattiva sorte. Nel caso, invece, l'avessero di fronte gli ostentavano deferenza e formulavano un’infinità di complimenti ed omaggi. Quest’uomo, peggiore di un castellano, ne combinava di tutti i colori. Non aveva né coscienza, né compassione per nessuno e si sarebbe potuto asserire che non si coricava felice e contento se non avesse prima accoppato qualcuno. In due parole era un tiranno, che voleva possedere tutto e comandare solamente lui. A quest'uomo perverso tutte le cose andavano sempre bene. Una volta andato a guerreggiare ed avendo riportato vittoria si appropriò tutti gli oggetti belli e di valore e in più fece prigionieri i fanciulli, le donne e gli uomini. Dato il fatto che questo popolo gli aveva opposto una strenua resistenza lui, Falaride del tutto infuriato, si propose di vendicarsi nel modo più crudele possibile escogitando per il caso nuove orrende sevizie. Nel frattempo aveva legato gli uomini con robuste catene saldamente agganciate ad anelli murati alle pareti ed ogni mattina andava loro sbraitando: “È inutile che piangiate, che speriate, che domandiate pietà, io vi ammazzerò uno per volta non appena avrò avuto un’idea geniale". Così, per superare in malvagità il demonio, indisse una gara inviando dei banditori ai quattro angoli del suo regno. Questo era il testo dell’editto da annunciare ai sudditi: “Io, Falaride, vostro Governatore vi ordinoForza, applicatevi immediatamente per inventare le torture più strazianti da infliggere ai miei prigionieri! Parola mia: il vincitore avrà un incredibile premio’ ”. Tutti, sperando in chissà mai quanti sacchetti gonfi di monete d’oro, si dettero da fare applicandosi con gran lena e progettando idee giorno e notte. Al tiranno, però, nessuna invenzione piaceva. Un si presentò un famoso ingegnere ed inventore, tal Perillo2 di Atene. Questo personaggio molto loquace convinse il tiranno, che tutto compiaciuto gli dette comando di eseguire quanto spiegato. Adesso vi racconto discorso e invenzione di questo ingegnere.

“O Divino Falaride, o Mirabile Splendore di tutti i Cieli, o Luce del mondo, o Grandissimo Sapiente di tutti gli Universi, o Padre della Bontà, o Giudice della Rettitudine (ed altri incensamenti del genere) io depongo ai tuoi piedi e al tuo imperscrutabile giudizio questa mia idea. Sia realizzato un grande toro tutto di bronzo con un capiente ventre vuoto. Nella parte posteriore, proprio sottostante la coda, sia lasciato un vano sufficientemente largo per far passare un uomo. Questo foro avrà una porticina a modo di inferriata. Coda in alto: buco aperto; coda in basso: buco chiuso. All’interno del vuoto della pancia del toro sarà introdotto con la forza uno per volta quei nefasti tuoi e miei nemici. Una volta chiusa l’apertura con il catenaccio, sia appiccato il fuoco sottostante al ventre del bestione. Il metallo, surriscaldandosi pian piano, arriverà ad arroventarsi come una brace e così arrostirà l'uomo rinchiuso all’interno". Alla descrizione di questa tortura, che avrebbe fatto rizzare i capelli anche a un morto, il primo ad applaudire fu Falaride e gli altri lo imitarono. Cessato l’applauso il tiranno voltosi verso il sapientone disse: “Bravo. Tu sì che sei un vero genio. Nel caso che tutto vada alla perfezione, dopo ti darò una ricompensa che neppur minimamente la puoi immaginare". Alla guisa di una sola persona tutti osannavano: "Viva Falaride, viva Perillo, lunga vita a... " ecc.. ecc.. . Falaride e Perillo erano esultanti e si pavoneggiavano come due tacchini innamorati. Trascorsero alcuni mesi di estenuanti fatiche e finalmente l'artista si fa vivo al sovrano e gli dice: “Il toro è stato costruito. Vuoi vederlo"? Si elevò uno squillante suono di trombe ed un fragoroso rullio di tamburi e gli inservienti abbassarono l’addobbo mettendo in luce la scultorea fusione. Per Bacco, era proprio una meraviglia dell’altro mondo! Il tiranno: “Caro Perillo mio, sei sicuro che questo marchingegno funzioni alla perfezione"? "Sicurissimo, o gran Falaride”! “Illustra agli addetti il da farsi e quindi sarà darò il via all'inaugurazione. Spiega ogni particolare per filo e per segno"! E Perillo impartì la sua lezione: “Sia accumulato sotto la scultura un corposo strato di trucioli di abete, gran quantità di foglie essiccate e tante fascine di rami sottili. Soprastante siano disposti pezzi di gelso, di noce e di rovere. Prima di attizzare il fuoco si introduca il prigioniero prescelto di modo che gli inservienti non siano disturbati dal fumo. Una volta abbassata la coda del toro e a cancelletto bloccato, sia fatto avvampare il legname e, quindi, basterà attendere che pian piano il tutto divenga un’unica brace. Mi sono spiegato bene, brava gente”? “Sìiii...”!

Un proverbio dice: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Un detto latino recita: “Laqueo suo captus est”3. In un salmo della Sacra Bibbia si legge: “Incidit in foveam quam fecit4.  

Ecco, cari miei, come andò a concludersi l’avvenimento. Vi ricordate che iniziando questa storia vi avevo precisato che il tiranno non si coricava sotto le coltri senza aver recitato prima le sue orazioni, come dire, ammazzato qualcuno? Bene! Il Falaride, sogghignando sotto i baffi, prende la parola e dice: "Ti ricordi, caro e bravo Perillo, che ti avevo promesso un premio che mai avresti potuto immaginartelo”? “Sì”. “Ecco la tua paga: tu, proprio tu, inaugurerai il toro ed io costaterò che il procedimento sia eseguito alla perfezione”.

 

 

 




* Avvenimento letto e da me fantasiosamente rivisitato.

 



1 Falaride, tiranno di Agrigento, nel periodo dal 570/554 a. C., contribuì a rendere famoso il nome di (allora) AKRAGAS (oggi) AGRIGENTO, ampliando i confini che andavano da Termini Imerese a Lentini. Nel 554 a. C. fu lapidato dal popolo Akragantino, che lo odiava a tal punto che fu proibito l’uso di vesti azzurre, colore simpatico al tiranno. Nel 210 a. C. il console di Roma Levino assediò la città facendola divenire colonia romana e le cambiò il nome in AGRIGENTUM. Alla fine della potenza dell’impero romano fu assediata dagli arabi nell’827, che prima la distrussero e poi la ricostruirono con il nome di KERKENT che poi cambiò in GERGENT e poi in GIRGENTI. Dopo la dominazione araba furono i normanni con Ruggiero ad assediare, conquistare e governare Girgenti, oggi Agrigento.



2 Perillo fu un notissimo artefice ateniese, che ideò il toro di bronzo ordinatogli dal feroce tiranno Falaride, che usava far rinchiudere i propri nemici all’interno di detto toro che, dato alle fiamme, era reso incandescente arrostendo la persona rinchiusavi. Il malcapitato, com’è comprensibile, moriva tra atroci sofferenze emettendo urla disumane, che orribilmente fuoriuscivano dal muso del toro. Dante descrive il lamento del condannato agli eterni patimenti dell’inferno come il muggito di un toro e dice:

“Come il bue cicilian che mugghiò prima

col pianto di colui (e ciò fu dritto)

che l’aveva temperato con sua lima,

mugghiava con la voce dell’afflitto,

si che, con tutto che fosse di rame,

pure el pareva dal dolor trafitto”.



3Laqueo suo captus est”. (Fu preso dal suo stesso laccio).(Binder, p. 180). HOEPLI, pag. 289.



4Incidit in foveam quam fecit”. (Cadde nella fossa che lui stesso scavò). (Bibbia, Salmo 7, 16) HOEPLI pag.451.

 






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