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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
17 LA TREBBIATURA
Per Bacco, quale chiassosa allegria pervadeva tutta la gente della contrada! Sembravano tutti con l’argento vivo addosso oppure come se fosse stata vinta una lotteria collettiva. Tutti erano garbati, disposti al sorriso, pronti a darsi allo scherzo. Tutti, salutandosi, si toglievano il cappello e si stringevano la mano. Che bello, ovunque c’era aria di festa! Nella corte, dalla parte verso il portico, lasciando appena lo spazio necessario affinché passasse la carretta tirata da una mucca, era ammassata una gran catasta di covoni di frumento, disposta in circolo, con le spighe rivolte all’interno. Con quest'accorgimento i granelli di frumento, che si allentavano spontaneamente dalla spiga, sarebbero caduti tutti nel medesimo luogo protetto. Con tale accorgimento, il pollame, che sembrava impazzito e razzolava lì di continuo beccando i grani allentatisi da soli, non si sarebbe ingozzato mangiandosi i grani caduti nel luogo nascosto. Nel caso fosse stato necessario andar a ritirare alcunché dai campi per quei giorni, ci si serviva delle mucche perché i buoi erano impiegati per fare la spola con il carro grande dai campi all’aia: eh, sì! Si doveva sventare il rischio di non fare in tempo a portare a casa tutto il frumento prima che scoppiasse un temporale e, in ogni modo, prima che giungesse la trebbia, che già da mesi antecedenti era stata noleggiata. Da una contrada all’altra, da un luogo all’altro la trebbiatrice era trainata con il trattore, ma qualche volta era necessario servirsi dei cavalli o dei buoi. Nel tempo nel quale erano aggiogati gli animali da tiro, il trattore doveva avere il motore spento perché le bestie potevano spaventarsi e chissà mai che cosa sarebbe potuto succedere. Per questa circostanza, le due famiglie dei ‘i Pieri’ (quella di Antonio Molon e quella di Elio Molon) ponevano sotto tiro le loro due coppie di buoi. Nel caso non bastassero questi quattro animali aggiungevano (servendosi degli appositi finimenti: gioghi, timoni adatti per aggiogare più paia d'animali, catene, corde ecc.) anche due o quattro mucche, quelle più robuste. Nel produrre una gran forza, grazie a questa ‘tiro’ d'animali, si sarebbe potuto, così, trainare il mastodontico macchinario dalla strada comunale e superare la piccola salita. Una volta sistemate le bestie nella stalla, arrivava nel cortile il trattore, che, fermato nel posto adatto e a calcolata distanza, una volta acceso il motore avrebbe fatto ruotare, mediante il suo possente volano, la grossa e robusta cinghia di cuoio. Questa, a sua volta, avrebbe fatto girare la puleggia, che, per suo conto, avrebbe messo in moto gli ingranaggi e tutto il meccanismo della trebbiatrice. Caspita, vedere otto bestie accoppiate in fila per due con tutte le bardature del caso e quel madornale impianto su ruote muoversi, a me sembrava che stesse traballando il mondo intero! Nella corte nella quale si stava trebbiando erano presenti anche persone che abitavano nelle case isolate circostanti o nella stessa contrada. Nessuno riceveva alcun compenso in denaro, perché, a loro volta, il favore sarebbe stato ricambiato quando la trebbia fosse giunta a casa loro e chi era stato aiutato, avrebbe aiutato. Così si costumava in quei tempi là! Ciascuno si adoperava quanto gli era più possibile perché l’affitto della trebbia era ad ore e perché c’era la fila di quelli in attesa del proprio turno. Eh sì, bisognava sbrigarsi velocemente! I padroni del frumento, oltre che lavorare, organizzavano tutto il da farsi e il proprietario della trebbiatrice si sistemava nella parte alta del suo macchinario, in prossimità dell’apertura all’interno della quale lasciava cadere i mannelli di frumento. I covoni, trasferiti dall’ammasso con forca in forca, come se si trattasse di un passamano, pervenivano alla sommità del macchinario. Un incaricato slegava uno per volta i piccoli rami di giunco selvatico dei fastelli e, quindi, li porgeva nelle mani dell’uomo, che allentatoli per bene li guidava con maestria all’interno della ‘pancia’ della trebbia. Mamma mia, quando tutto quest’insieme era in movimento si alzava un gran polverone, che sembrava una mastodontica nuvola mossa qua e là dal vento! I ragazzini stavano a guardare e a giocare, i ragazzi aiutavano a portare la paglia al pagliaio e l’anziano di casa l’ammucchiava ben bene dandole il verso giusto. Infatti, la pioggia doveva scorrere lungo gli steli della medesima paglia in pendenza verso l’esterno. Non sistemando in modo adeguato la paglia, la pioggia sarebbe potuta penetrare all’interno, marcendola del tutto. Si vedeva un gran via vai di donne che passavano con il fiasco riempito di fresco vino annacquato prelevato poco prima dalla cantina per riempire i bicchieri ai lavoranti mentre altre donne passavano con delle guantiere colme di fette di pane, salame, insaccati, formaggi e uova sode. Molti lavoranti portavano il cappello di paglia sulla testa per non esser colpiti da insolazione e tutti tenevano bocca e naso coperti da larghi fazzoletti per non respirare la polvere della paglia. C’era chi stava a petto nudo per far asciugare il sudore più in fretta e chi stava con il colletto e i polsini della camicia ben chiusi per non essere disturbato dalla loppa e dagli aghi delle spighe. Dalla parte opposta della trebbia, rispetto al trattore, c’era, se ben ricordo, una fila di tre o quattro piccole aperture tonde di tubi che erano ostruite a circa venti centimetri più in alto della base d'apertura con una lamella di ferro perfettamente piana. S'introducevano queste piccole condotte nell’interno dei sacchi, che erano saldamente fissati con sottili ma forti linguette di cuoio fornite di una fibbia d’acciaio. Nel momento che si tirava il lamierino del canale dei tubi verso l’esterno, la parte interna del condotto stesso era liberata e così attraverso quei vuoti il frumento trebbiato cadeva all’interno del sacco. Quando il sacco era ben empito, si spingeva la lamella verso l’interno. Colmato un sacco si passava ad un altro infilzando all’interno del suo lato aperto il tubo attiguo. Gli uomini più robusti si caricavano i sacchi gonfi di frumento sulle spalle e andavano ad assestarlo nel granaio. Lo spessore dello strato del frumento, come del resto quello del granturco, non doveva mai essere troppo alto perché, se il frumento non essiccava alla perfezione, poteva ammuffirsi. Tutto intorno al deposito del raccolto si lasciava un ristretto passaggio per poter, di tanto in tanto, transitarvi per rimuovere le messi con la pala di legno o con il badile di ferro o con il rastrello e così arieggiarle.
A sera, dopo aver allegramente cenato con pasto più abbondante e libagioni più numerose, dopo aver conversato degli avvenimenti della giornata, si recitava il rosario con più fervore e, finalmente, a conclusione di tutto stanchi ma felici ci si coricava per il più che meritato riposo.