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Antonio Balsemin
Desso ve conto…

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19        LE MUCCHE ALLA SORGENTE

 

Prendo l’inizio dal momento quando sul far della sera conducevo le mucche alla valle per farle bere alla vasca loro riservata, che raccoglieva l’acqua della sorgente detta: “La sorgente de ‘i Pieri’”. Il compito di condurre le mucche alla fontana, lo facevo più di sovente d’estate, quando i lavori nei campi non terminano mai e zii e zie dovevano applicarsi senza sosta fintantoché non imbruniva. Fattasi sera, arrivavano dai campi gli zii, in altre parole i ‘ragazzi’ (come li chiamava la mia nonna) e loro andavano direttamente nella stanza all’estremità della cucina (in dialettosbratacusina’) per bersi un mestolo d'acqua fresca. Ai ‘ragazzi’ (una volta che si erano ben lavati mani, braccia, ascelle e viso) accomodatisi a tavola, la nonna scodellava loro un paio di mestoli di latte caldo macchiato con un goccio di caffè. Questo caffè la nonna lo otteneva tostando con il tostino, frumento, avena e grani di caffè. Io so che lei vi mischiava, anche, rametti e semenze di piante aromatiche che, però, era il suo segreto. Tutti intingevano nel caffelatte versato nella propria scodella del pane biscottato o due fette di polenta. Allo stesso modo degli altri, anch’io mangiavo la mia scodella di caffelatte. Che cosa volete, questa era la cena! Quando i ‘ragazzitardavano oltre il solito la nonna, che pensava sempre a tutto e a tutti, udendo muggire le mucche in stalla, mi diceva: “Tonio, fammi il piacere di condurre le bestie alle vasche per farle bere. Non aver paura, ché sono buone. Prima mena giù la ‘Bisa’ e la ‘Binda’, dopo la ‘Morella’ e la ‘Rosa’. Poverine, hanno sete”. Ebbene, io mi sentivo importante come gli zii! Dopo aver preso un ramo di salice selvatico per usarlo a mo’ di piccola frusta, mi recavo nella stalla e scioglievo la catena bloccata al palo alto, quello che separava il vano della greppia dal giaciglio degli animali. Quindi ponevo la correggia attorno al collo dell’animale. Aprivo il laccio della corda inserendovi, in un primo momento, la punta del corno più in e, poi, stessa operazione per il corno dalla mia parte. Tenendo stretti entrambi i capi (le mucche erano due) e, dopo aver dato una leggera grattata al sottogola per farmele amiche, le conducevo fuori della stalla. Per Bacco, mi sentivo un generale nel campo d’azione! Le mucche andavano con andatura veloce perché assettate e io le trattenevo per la cavezza. Arrivati alla valle, le guidavo alla loro vasca, quella che si trovava appresso alla fontana coperta (questa ultima riservata alle persone). Esse ponevano le labbra a pelo d’acqua per bere. Vedevo che quando deglutivano le bevute a tempi regolari si gonfiavano le faringi della gola. Mi piaceva contare queste boccate mandate nello stomaco. Come esse si sentivano sazie, agitavano la coda anche se non vi erano mosconi a pungerle: facevano intendere d’essere pasciute. Allora comandavo: Ì1, andiamo a casa! Espletato il primo servizio, passavo al secondo. Una volta mi arrischiai a condurre anche il vetellino della Morella. Anche se nato da poco si reggeva ben benino sulle sue zampette e trotterellava felice. Per esso non serviva cavezza. Infatti, stava sempre con il musetto attaccato alle mammelle della madre e non faceva un passo in più se essa non lo aveva fatto. I due buoi mai li ho guidati alla valle. Per quanto riguardava il toro, lo allevava solamente la famiglia dei Pasqua, che si trovava nella contrada dei ‘i Rasìa del Poloconosciuta, anche, come la contrada del ‘el canseliére’ (il cancelliere) o, anche, come la contrada dei ‘i Pasqua’. Questa contrada si trovava un po’ più in su andando in direzione di Castello. Una volta, con la scusa di tenere compagnia allo zio Pietro, andai anch’io. Volevo vedere che cosa faceva un toro con una mucca. Caspita, che impressione!

Da quei tempi a quelli d'oggi io sono cambiato, tante cose sono cambiate, i tempi sono cambiati. L’erba non si taglia più con la falce, ma con mirabili macchinari. Il fieno non si sparpaglia più di primo mattino con la forca sopra i prati per farlo asciugare nel al sole. Al tramonto non lo si rastrella diligentemente ordinandolo prima in coste e dopo ammassandolo in mucchi. Così operando il fieno non si sarebbe bagnato con la rugiada notturna. Il raccolto caricato sul carro grande (o, se il fieno era poco, sopra la carretta) e ben bloccato con il palo apposito legato con una corda robusta non si porta più in corte. Una volta giunti con il carro in linea del fienile posto nella parte superiore del portico e allentato il palo di fermo, non si fa più il passamano, da piano carro a piano fienile, inforcandolo direttamente da una forca all’altra.  Adesso è impacchettato in modi e sistemi vari. I capponi sono esseri del medioevo. Un ‘bussolà2 dei tempi andati lo sa impastare solamente o le ‘alchimiste’ o le ‘fate’. Le galline ruspanti sono fiabe e le chiocce non covano più le loro uova: i pulcini nascono in batteria. Eh, sì, mi dispiace vedere tutte queste situazioni andare in rovina! Ebbene, sapete, cari miei, come la penso? In barba ai Jurassich park, alle invasioni degli alieni, alle guerre stellari, alle ‘e-mail’ e ai ‘www...’, ringrazio il Signore, che mi ha fatto nascere appena in tempo per vedere, vivere e gustare tanti fatti belli dei tempi andati e, ricordandoli, li lucido, li tengo vivi nel cuore e li godo, almeno nella memoria!

 

 

 




1 Ì. v. (lat. inf. ire; it. inf. andare) = it. vai! Trattasi di un prezioso retaggio - diretto - del latino e precisamente del tempo imperativo 2a pers. sing.: Ì! (lat. ire) = Vai! (it. andare) . Questo verbo era usato dall’uomo (contadino, cocchiere ecc.) come comando quando si voleva far partire l’animale da soma per tirare l’aratro, il carro, il calesse ecc.



2 bussolà, bussolào s. m.,  = it. ciambella. Con tale terminegenerico’ si definivano svariati dolci fatti in casa seguendo ricette già vecchie a quei tempi e tramandate da madre in figlia






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