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Antonio Balsemin
Desso ve conto…

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23        IL PRATICONE*

 

Ora vi racconto come un ‘praticone’ (che a quei tempi era chiamato: el dotor de i ossi = il dottore delle ossa), mise a posto la slogatura di una mia caviglia.

Ero ragazzino ed abitavo in Castello di Arzignano. Non appena mi era possibile andavo dai nonni per svagarmi fra i campi, per adempiere qualche lavoretto e per far passare il tempo. Una volta, dopo che era stato rastrellato tutto il fieno di una macchia tenuta a prato nella valle, questo fu sistemato sul carro grande. Io, per dare un aiuto, stavo accoccolato sulla sommità del carico del fieno per tenere centrato il palo apposito (in dialetto dettopersenaro’ o ‘longon’). Le persone, che stavano in terra, potevano così bloccarlo con una grossa corda ai ganci del piano del carro. A carico ultimato, volli restare accovacciato sopra il mucchio di foraggio per arrivare a casa comodamente trasportato. Per me quello era un piacevole svago e mi sentivo felice nel vedere che la strada era percorsa dai buoi. Da sopra i campi, le piante, le viti, la strada della campagna e tutto quello che appariva intorno sembrava differente e più bello. Chissà come sarà stato, come non sarà stato sta di fatto che, forse perché una ruota del carro aveva centrato una buca molto profonda, ebbe un violentissimo scossone e, dall’alto del carico del fieno, scivolai ruzzolando a terra. Per fortuna non ebbi gravi conseguenze, ma una mia caviglia si slogò. Mio zio mi portò a casa a spalle e, non appena giunto, ruppe una mascella di maiale per estrarre il midollo. Mia zia riscaldò un goccio d'olio d'oliva in un pentolino e lo versò sopra il midollo raccolto in un piatto. Il midollo, essendo trascorso tanto tempo, era raffermo, disidratato, duro e bisognava farlo ammorbidire. Così la zia, servendosi di una forchetta, con gran cura lo spiaccicava. Continuò questo suo fare finché l’impasto divenne del tutto morbido. Poi, lavata ed asciugata per bene tutta la gamba, la zia spalmò uniformemente e con estrema delicatezza questo preparato sopra la parte dolente e fasciò per bene il tutto con una garza. Completate tutte queste operazioni, uno zio mi accompagnò sistemandomi sopra il tubo trasversale del telaio della bicicletta da uomo, fino alla casa della mamma. Lei, poverina, quando mi vide scoppiò in un pianto dirotto e mi portò a braccia nel mio letto. Trascorsi alcuni giorni il dolore non si attenuava e la mamma ogni mattina mi applicava un impacco, ottenuto sbattendo l’albume di un uovo, sopra il livido. Tutti assicuravano che midollo di maiale e albume d'uovo erano le due ‘pomate’ più adatte per guarire le distorsioni. Trascorsero altri giorni ed io non ero neppure capace di appoggiare per un solo secondo il piede a terra e la gamba era tutta gonfia. Così la mamma disse ad una persona che, per favore, andasse dal ‘praticone’ tal dei tali, da tutti stimato come il più capacepraticone’ dei paesi e contrade dei dintorni. Lui giunse dopo poche ore con la sua bicicletta. Come mi vide mi disse: “Nessuna paura, adesso ci penso io”. Due persone mi bloccarono per le braccia e uno per i fianchi e lui, abbrancatomi il piede, gli dette un mezzo giro e un violento strattone. Uno schiocco, un grido, un pianto e il suo: “Tutto a posto”! Intanto, come per miracolo, era arrivata altra gente, che aveva necessità delle cure del ‘praticone’ e lui ben volentieri si prodigò per tutti. Alla fine, dopo essersi asciugato il sudore, lavate le mani, mangiato due fette di salame, bevuto un bicchiere di buon vino rosso, che la mamma gli aveva offerto, inforcò la bicicletta felice e contento di avere compiuto un’impresa eccezionale per me, spettacolare per gli altri, utile per se stesso avendo intascati due soldi di compenso.

 

 




* Un ricordo spiacevole.






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