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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
"Asinus in cathedra”1, dice un detto latino. “Asinus in tegulis”2, racconta un altro. “Asinus asinum frictat”3, precisa quest’altro. “Asini asinum scabunt”4, aggiunge quell’altro. “Asinus ad lyram”5, scrisse Fedro rivisitando una favola di Esopo. “De asini umbra”6, è il filo conduttore di un fatto raccontato da Apuleio quando parlò di Demostene e dei suoi tempi. E qui mi fermo, ma di storie che raccontano dell’asino c’è ne sono molte altre.
Per Bacco, sapete cosa vi dico? Giaccé molti hanno parlato dell’asino adesso desidero raccontarvi una breve storia che ho sentito narrare, ma non ricordo né da chi né dove né quando e, guarda te, proprio su di un asino.
C’era una volta un asino che, poverino, era arrivato alla fine della sua vita senza mai avere goduto una giornata piacevole. Tutti i peggiori lavori e i più grevi carichi toccavano ad esso, il padrone non lo lasciava mai riposare un istante e gli erano sempre assegnati pasti scarsi, masticati frettolosamente, ingoiati in fretta e furia. Esso, infelice, si lagnava di continuo perché si riteneva esser nato sotto una stella cattivissima e, però, non aveva perduto tutte le speranze di poter vivere un bel giorno, appunto, un bel giorno. Guarda un po’, quando una volta stava con l’animo più affranto del solito, non voleva neppure trangugiare la scarsa razione di paglia, che il padrone gli aveva passato per quel giorno e aveva deciso di lasciarsi morire, ecco che a un certo momento vede delle persone che gli si accostavano, lo inquadravano ben bene, parlottavano fra loro, facevano strani segni e, alla fine, poggiarono alcuni oggetti proprio vicino ad esso. Un uomo senza allungargli le solite pedate ai suoi stinchi, ma con modi molto garbati e voce dolce, lo invita a rizzarsi in piedi, un altro gli taglia le unghie eccessivamente lunghe e lo ferra con ferri vergini, un altro lo insapona con sapone profumato, un altro gli asporta il fango con una morbida spazzola, un altro gli lava tutto il corpo con abbondante acqua pura, un altro con una striglia nuovissima lo striglia tutto per bene ed un altro lo asciuga con gran quantità di morbide asciugamano pulite di bucato. L’avvenimento più gradevole, però, per il nostro asino era che un ragazzo prelevava, da una capiente gerla posta accanto, abbondanti manciate di buon fieno, offrendogliele una dietro l’altra sotto la bocca. Al nostro asino non sembrava vero che tutte queste gentilezze insperate gli stessero capitando proprio a lui e stava incredulo ma felice vedendosi così ben servito ed ossequiato. Al sentir compiere tutti quei delicati solleticamenti, esso li avvertiva come gli stessero procurando un pizzicore e teneva mascelle chiuse e denti stretti per trattenersi dallo scoppiare in fragorosi ragli. Esso, pian piano, nel suo cervello andava convincendosi che, finalmente, gli uomini avevano compreso il suo valore e come lui intendeva vivere la propria vita. Montandosi la testa sempre più, gradì d’incarnare il detto latino: ‘Saepe summa ingenia in occulto latent’7. Esso si ripeteva gongolante: “Questa sì che è bella vita. Domani pretenderò per prima colazione erba di prato di primo taglio, per il pranzo trifoglio di terreno ubertoso, per cena un mucchio d'erba medica, quella coltivata nelle zone vicine alla roggia e l’abbeveratoio dovrà essere sempre empito d’acqua pura di fonte”. Fintantoché il nostro asino rimuginava tutte queste piacevoli idee, un uomo lo teneva con garbo per la briglia e non smetteva per un solo istante di grattargli il cranio e di accarezzargli il muso. Intanto altri uomini gli posavano con gran cautela sopra il groppone un baldacchino, assicurandolo per bene con delle forti cinghie di cuoio fissate sotto la pancia mediante fibbie di ferro e, ancora, un altro uomo ammantava tutte queste cose con un prezioso drappo di velluto rosso. Alla fine, ben quattro uomini assestarono sopra il velluto al di sopra il baldacchino sopra la sua groppa un gran peso che non sapeva che cosa fosse. Per esso, tutto stordito, emozionato e già avanti negli anni, questa soma era sul pesante ma la portava con cuor leggero poiché gli stavano accadendo tante gradevoli novità. Conclusasi l’ultima acconciatura, tutti coloro che erano d'attorno s'inginocchiarono, si prostrarono bocconi a terra e con riverente ossequio gli parlavano, gli dedicavano canzoni, gli offrivano mazzi di fiori e, ‘incredibile dictu’8 molte persone toglievano il mantello dalle proprie spalle per stenderlo ove lui sarebbe transitato appoggiandosi sui suoi zoccoli ferrati di fresco. Insomma, per farla breve, tutti gli ostentavano stima, riverenza e timore. Esso era più che sicuro che, finalmente, una stella buona si era degnata di elargire benevolenze nei suoi confronti e, sicurissimo, per non provocare scossoni al carico, procedeva con passo solenne, cadenzato, della stessa misura. Avendo compreso la sua nuova personalità, ostentava il suo gran testone di qua e di là, come per salutare e ringraziare. “Che bello, diceva dentro di sé! Ecco la vita che volevo e voglio vivere e che, meglio tardi che mai, mi è stata finalmente riconosciuta per i miei gran meriti. Eh sì, campassi altri cent’anni, mai più masticherò un sol filo di paglia stantia, legnosa, scipita e, neppure, berrò in eterno un sorso d’acqua puzzolente con i vermi che vi nuotano dentro!” Come i piacevoli eventi andavano man mano realizzandosi, esso si sentiva sempre più a suo agio e faceva calcoli che, non appena si fosse presentata l’occasione propizia, avrebbe preteso che gli fosse assegnata una stalla di tutto rispetto, degna del suo nuovo rango. Cammina e cammina, saluta di qua e saluta di là, dimena e ancor dimena la coda, alla fin fine giunse nei pressi di una splendida e maestosa costruzione e lì, fra inni e battimani, gli rimossero il pesante fardello da sopra la groppa. “Menomale che hanno capito che stavo agli estremi della resistenza e che le gambe stavano per piegarsi”! Così pensando emise un profondo respiro di sollievo. Il tocco di mezzogiorno era già scoccato ed esso, tutto inebriato e gaudente, volendo realizzare il programma maturato nel suo cerebro, stava per ragliare e formulare la richiesta di una doppia razione di trifoglio invece, ahimè, un tale gli allunga una pedata su un suo stinco, un altro gli allunga una sonora bastonata su una sua natica e tutti lo spintonano via da lì, aizzandolo in malo modo. Oh, sventurato ed afflitto asino! Grazie al cielo, riuscì a filarsela e a trovare scampo in un angolo appartato. Da lì si volse ad osservare quale mai cosa avesse portato sopra il groppone e che cosa vede mai? Attorniato da una moltitudine di gente, che osannava e cantava a squarciagola incolonnati in una processione, scorse degli uomini che reggevano sulle spalle un appariscente baldacchino con sopra uno splendido idolo d'oro. Così, avendo finalmente compreso il ‘qui pro quo’9, altro gli restò se non ritirarsi nella sua vecchia grotta per riprendere a singhiozzare e a brontolare contro la sua stella veramente cattiva.