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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
La contrada de ‘i Peri’1 non era un vero e proprio crocevia come lo è di solito quando più case sono costruite nei quattro quadranti a quadrifoglio, derivati dall’incrociarsi delle due strade, che s'intersecano. Infatti, le costruzioni erano disposte su due soli settori (quelli a valle), mentre gli altri due settori (quelli a monte) erano coltivati. La parte abitata a sinistra, ponendosi di spalle a Castello, era quella di ‘i Pieri’ e comprendeva le case dei due fratelli Antonio ed Elio (detti ‘i Pieri’). La parte abitata a destra, invece, era abitata da più famiglie. Nessuna di queste, però, era ‘di riferimento’ per dare a quel settore lì un nome preciso. I due quadranti, sui quali erano costruite le case, che originavano l’incrocio, erano noti a tutti come la contrada dei ‘i Pieri’ o la contrada della ‘la Calpéa’2. Nel settore di pertinenza dei due fratelli ‘i Pieri’, tutto era diviso in separati patrimoni: due case, due stalle, due fienili, due portici abitabili, due portici rurali per il ricovero dei vari attrezzi agricoli, due legnaie, due cataste di fascine, due pollai, due conigliere, due pagliai, due letamai, due fosse per la trina degli animali, due gabinetti, due orti. Delle ‘disponibilità’, invece, erano d'uso promiscuo come: la pompa a mano per l’acqua, la vasca grande per far abbeverare il bestiame e quella per lavare gli indumenti, la vasca scavata direttamente dentro il terreno in un angolo della corte per far bere il pollame come: le galline, le oche, le anatre, le faraone, i tacchini, i colombi ecc. Il porcile dei maiali era fornito nella parte antistante di una pavimentazione in cemento ed era recintato con una grossa rete metallica d’altezza d’uomo. Anche il forno del pane era d’uso comune. Per quanto riguardava il forno, mi sembra che fosse prestato, dietro modesto compenso, anche a famiglie della contrada perché potessero cuocersi il pane. Il tempo nel quale avvenne il fatto che sto per raccontarvi, ricordo che era alla fine della stagione invernale e, prima che mi fossi messo in cammino per andare a casa mia, la nonna mi aveva coperto bene le orecchie con una fascetta di lana, la testa con il berretto con fiocco, il collo con la sciarpa, le gambe con i pantaloni pesanti, il corpo con il paletot, i piedi e le caviglie con i calzerotti dentro scarpe con tomaia di cuoio e la suola di legno, aveva stretto per bene i cordoni con un nodo ad asola doppia e aveva infilato le mie mani nei guanti di lana fatti a ferri. Fatte tutte queste operazioni, quando stavo per uscire da casa, la nonna guardò tutto intorno quasi a sincerarsi che nessuno fosse presente. Dopo ammiccando un occhio e mettendosi un dito sulle labbra mi fece cenno di stare zitto e di seguirla. La nonna, quindi, prese per i manici, una sporta piuttosto piccola confezionata con ritagli di pelle nera cuciti fra di loro e, una volta giunta presso la madia della farina bianca, alzò il coperchio e, stretta la gottazza, mise all’interno della sporta un paio di misure di farina di frumento. Dopo, osservando ancor più attentamente ogni luogo intorno, si accostò al mio orecchio destro e sussurrò piano: “Dì alla tua mamma che ho nascosto nella farina anche due uova. Tu, percorrendo la strada di casa, fai molta attenzione a non inciampare e far cadere la sporta dalle mani. Non appena sarai rincasato, dillo alla tua mamma di cercare le due uova e che vada pianino quando affonda le mani nella farina. Hai capito bene?” Ed io mi incamminai felicissimo. Una volta uscito dall’aia, quando stavo per attraversare la strada principale per imboccare quella di campagna dei Pozza e dei Malfermo, l’occhio si posò su una pianta di calicanto, che sembrava una nevicata di piccoli fiori gialli e rossi. Questa pianta era stata messa a dimora proprio davanti ad una casa, che aveva due spanne di giardino e, proprio in un angolo dirimpetto la strada, vi era questo piccolo albero. E’ noto che le piante, crescendo, possono stendersi anche al di fuori dei confini della proprietà, come in questo caso sopra la strada e, allora, si riteneva che quello che cresceva al di sopra la strada era di proprietà di tutti. Beh, sta di fatto che alcuni rami di quest’albero sporgevano parecchio sopra la strada e molti andavano a strapparne dei ramoscelli, che potevano essere afferrati allungando le braccia e le mani. Eh sì, erano inutili gli strilli e le imprecazioni dei proprietari se ti scoprivano a compiere questa sottrazione: tutti tornavano di nascosto a prendersi quei rametti che erano a portata di mano! Il calicanto, è noto, è una delle prime piante, che a primavera germogliano e rifioriscono. Il tempo, nel quale si vedono ‘esplodere’ quelle pennellate di color giallo e rosso, annuncia che l’inverno sta per finire. A quel tempo ero sicuramente al di sotto agli otto anni perché, quando avvenne, stavo recandomi da casa della nonna a quella di Castello da dove poi si effettuò il trasloco per Arzignano3 subito dopo aver compiuto il mio ottavo anno. Siccome desideravo aggiungere a felicità letizia portando alla mamma, oltre alla buona roba da mangiare anche dei bei fiori, dopo aver deposto la sporta addosso al muricciolo, tentai di arrampicarmi servendomi degli spazi formanti la robusta maglia della rete metallica del recinto del giardino e riuscii ad afferrare un bel ramoscello coperto di fiori. Spezzato questo piccolo ‘bouquet’ primaverile, me la filai a gambe levate. Giunto a casa ed aperta la porta dissi alla mamma: “La nonna mi ha detto che ti dica che ha messo dentro la farina due uova e di star attenta di non romperle quando le cerchi con le mani”. Lei, tutta raggiante: “Signore, ti ringrazio. Domani posso impastare le lasagne con le uova”! Allora, io, mettendo avanti la mano, che tenevo nascosta dietro la schiena: “Questo calicanto è per te”. La mamma abbracciandomi forte e dandomi un bacio: “Grazie, Tonino mio”!