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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
26 IL PORTICO, IL FIENILE E LA STALLA
Il portico era delimitato nel lato sinistro dalla casa, nella parte di fondo dalla stalla, nel lato di destra, da un alto muro. Questo muro, oltre che sostenere la falda del tetto, fungeva da confine con il resto della corte. Nella zona esterna del medesimo, la parte di corte andava restringendosi sempre più, fino a trasformarsi nell’inizio della strada campestre (la ‘cavessagna’), che conduceva ai campi. La quarta parte delimitante il portico, nel lato confinante con la corte vera e propria, invece, era tutta aperta ed era segnata dal selciato per la parte esterna, quella a cielo aperto e da terra battuta per la parte interna, quella coperta. Ad una certa altezza si trovava il soppalco costruito con travi e tavole di legno. L’altezza della parte del sotto-portico, quella del calpestio, era più alta rispetto a quella del piano superiore. Nella parte inferiore erano sistemati gran quantità d'oggetti mentre nella parte superiore era sistemato solamente il fieno. Il portico era a due livelli: il piano calpestio, che formava il sotto-portico e la parte superiore, vale a dir, il fienile. Il solaio del portico, prolungandosi verso la stalla, si univa con il solaio della medesima. In un determinato punto di questo solaio della stalla, nella parte di sinistra appena entrati nella medesima, c’era un foro (il ‘fenarólo’). Attraverso questa apertura si faceva cadere, a forcate, quel tanto di fieno, che sarebbe bastato per sfamare le bestie per un giorno. A tempo propizio, ognuno portava sottotetto il fieno rastrellato dai propri prati ed iniziava a sistemarlo proprio lì, nella parte più interna, quella soprastante la stalla. Man mano che era saturata, si proseguiva, empiendo lo spazio verso il cortile. Quando il fieno in prossimità del ‘fenarólo’ si esauriva, si andava a prendere quello più lontano con la forca. Il fieno, il cui strato era molto spesso e che con il suo medesimo peso si era del tutto ispessito, diventava laborioso estrarlo con la forca e, allora, era tagliato con il tagliafieno. Quest’attrezzo di ferro aveva la forma di un’esse: nella parte inferiore vi era la lama che serviva per tagliare il fieno aggrumato, alla sua metà aveva una conversione in piano sulla quale si posava il piede per far forza e spingere l’attrezzo verso il basso e la parte superiore serviva quale manico per maneggiare il tagliafieno. La parte finale del mucchio del fieno, quella in vista dalla corte e che se tirava vento era bagnata dalla pioggia, era chiamata il ‘morto’. Questa parte di fieno esposta alle intemperie, si sarebbe marcita, ma avrebbe protetto la parte del fieno sottostante. Nella parte inferiore del portico vi erano numerosissimi attrezzi, ma nulla era messo a casaccio. Appesi alla parete di fondo, quella della stalla, proprio vicino alla porta della medesima, spiccava una rastrelliera nella quale erano appesi i gioghi, sistemati su appositi pioli. Si vedevano, anche, le fruste, i timoni piccoli, le catene, le cavezze, i finimenti di cuoio ed altri oggetti, che servivano quando si doveva rinforzare il tiro delle bestie. Ricordo bene che quando si andava ad arare, oltre alla coppia di buoi, ne era sempre aggiunta una di mucche. Da una parte di questa parete, si vedeva appeso, anche, un collare per cavallo. Voleva significare che i nonni, un tempo, ne possedevano uno. Collocato nel punto più interno, c’era un calesse. Sistemati nel posto giusto, vi erano un paio di carrettoni a due ruote, due carri grandi, l’aratro, il solcatore, lo zappatore da traino, la gramola, il torchio, l’imbottavino, ceste, cestelli, fasci di sottili rami di salice, matasse di corde, museruole, la cassa per la lavorazione delle carni del maiale appena macellato (la ‘mèsa’), i lunghi pali per il trasporto del fieno (i ‘persenàri’), scale medie e lunghe, scale a tre piedi, rastrelli, forche, picconi, badili, vanghe, zappe, falci, portacote (i ‘coari’), falcetti, le piccole incudini per le falci (le ‘piàntole’), il cavalletto per segare i legni lunghi, la sega grande, la scure con il suo mastodontico ceppo, la mazza con i cunei, scope e tanti altri strumenti, che servivano per lavorare i campi, i vigneti, i prati, l’orto. Si lasciava campare in questo spazio coperto un paio di gatti perché mangiassero i sorci ed il cane perché facesse la guardia.
La stalla era un ampio locale diviso in tre parti. La prima parte aveva il calpestio in piano e lì camminavano le persone che rassettavano le bestie e in quel luogo la gente si radunava, quando faceva freddo, per fare la veglia e conversare (il ‘filò’). La seconda parte, separata da un piccolo canale, che serviva per lo scolo del liquame delle bestie, era formata da un piano leggermente in pendenza sul quale stavano gli animali ed era chiamato letto delle bestie. Nella parte addossata alla parete del lato lungo della stalla, vi erano le greppie nell’incavo delle quali era messo il foraggio. Nella parete di quel lato lì, vi erano delle finestrelle per dar aria agli animali e alla stalla. Dalla parte di destra, nella parete corta, vi era una porta poco più larga di quanto bastava per far passare la carriola piana caricata di letame per portarlo al letamaio.
Così, scrivi e scrivi, vi ho raccontato situazioni, che, oggigiorno, sono divenuti pezzi da museo. Personalmente mi sono divertito e spero per voi di non avervi annoiato.