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Antonio Balsemin
Desso ve conto…

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28        LA VOLPE E IL CORVO*

 

Viveva un tempo una volpe, che, sfortunata, già da giorni non metteva alcunché sotto i denti e sentendosi quasi svenire, si diceva: “Se neppur oggi mangio, poveretta me, domani sarò una volpe morta”. Essa pregava di tutto cuore i suoi santi protettori affinché, impietositisi, le venissero in soccorso e, poiché un detto latino dice: ‘Audentes fortuna iuvat’ (La fortuna aiuta gli audaci) e un proverbio nostrano consiglia: ‘Aiutati, ché il cielo ti aiuta’, era tutta indaffarata e girovagava qua e sperando di imbattersi in qualcosa di commestibile. Cammina e cammina, ad un certo momento le si sgranarono gli occhi perché aveva visto che, appollaiato sopra un ramo di un grande albero, vi era un corvo, che stringeva nel becco un grosso pezzo di saporito formaggio.“ Oh, meno male che la fortuna mi è stata propizia, adesso devo fare la mia parte. Sono o non sono una volpe? Cara mia, non fare l’addormentata ed escogita un’idea degna della tua razza!” Corse a sistemarsi proprio sotto al pezzo di formaggio e con la voce più suadente di questo mondo iniziò: “Ah, quanto sono contenta di averti incontrato, caro, caro corvo mio. Lo sai che da giorni e giorni e senza un attimo di sosta stavo girovagando, come una pazza, in cerca proprio di te? Eh sì, ero tanto bramosa di vederti, perché tutti quelli che incontro andando, da grotte in sentieri, scommettono che sei il più bell'uccello di questa terra. Oh, adesso che ti ho rimirato, devo confermare che corrisponde a verità quanto si dice di te! Mamma mia, tu possiedi un becco così bello che sembra disegnato e il suo colore è di un tenue giallo dorato, hai una linea perfetta, hai un volto bellissimo, hai le piume di un nero che più nero non può esistere”. Il corvo, al quale era venuta la pelle d’oca per tutti questi graziosi complimenti, guardò in basso per vedere chi mai stava parlando ed, inebriato da tali lodi, si disse: “Per Bacco, vedi che cosa pensano di me gli uccelli del bosco? Caspita, giammai avrei saputo di queste mie spettacolari doti se questa brava e onesta e disinteressata volpe non mi avesse tanto cercato per specificarmele!” La volpe, fissandolo ben bene negli occhi illanguiditi, capì di aver centrato il lato debole del corvo e continuò: “Che gran soddisfazione ho avuto dalla vita. Eh sì, sono stata fortunatissima di averti incontrato e di poter costatare, con i miei occhi, come fece San Tomaso con il suo dito, la sacrosanta verità. Ah, adesso che ti ho ammirato a lungo potrei anche morire contenta. Però, perché la mia felicità fosse proprio totale mi piacerebbe tanto se, bontà tua, ti degnassi di esaudire un mio gran desiderio, vale a dir, di farmi ascoltare la tua voce divina. Tutti giurano che quanto tu canti, non solo incanti gli animali che ti ascoltano, ma che ammali anche gli alberi della valle e commuovi i sassi dei monti. Ah, caro, buono e bravo corvo, quanto mi piacerebbe udire se tu emettessi anche solamente un ‘do’ di petto!” Il corvo, del tutto trasognato, che con il cervello era asceso al settimo cielo e aveva aperto la coda a ruota come fa un tacchino innamorato, aprì il becco per cantare ma, per Bacco, il pezzo di formaggio cadde in bocca della volpe, che felice e contenta, fatti due salti, si dileguò nel folto del bosco fittissimo per gustarsi il frutto della sua astuzia.

 

 

 

 

 




* Mia libera interpretazione della XIII favola, “Vulpes et corvus”, liber , di Fedro.






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