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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
29 IL PRETE E L’OMBRELLINO
Avevo circa sette anni e una mattina, di buonora, la mamma m'incaricò di andare a cercare delle uova
per poterle mangiare con l’insalata, i radicchi, le patate lesse o altre verdure. Sarebbero servite, anche, per impastare gli spaghetti e, nel caso se ne fossero avanzate, per impastare dei dolci. A quei tempi le case dei contadini, che si trovavano nelle vicinanze della mia contrada, erano poche e tutti si conoscevano. Problemi di perdersi non ve n'erano perché il giro, se compiuto tutto, sarebbe stato nel raggio all'incirca di seicento metri. La mamma mi spiegò da quale casa iniziare la cerca delle uova e mi raccomandò di non oltrepassare il limite datomi. Percorsi meno di cinquanta metri, appena superata la prima curva, si era già arrivati nella piccola valle dove vi era il fontanile grande. In questa conca, case non ve n'era alcuna, però se ne intravedevano un paio nell’altra parte della valle, nella china ove il terreno cominciava a salire. La prima posta da visitare era la casa dei Savegnago e lì sono andato. Quel giorno, giunsi proprio quando la padrona, che era in grand'amicizia con mia madre, stava arrivando dal pollaio ove era andata, come faceva tutte le mattine, a raccogliere le uova. Giunsi nel cortile dalla piccola strada privata proprio mentre lei stava camminando tenendo sollevato con una mano l’orlo del grembiule, ove aveva riposto le uova. Subito, come mi vide, mangiò la foglia e disse: “Sei venuto a cercare uova?” “Sì”. “Ti è andata bene. Stanotte le galline ne hanno fatto proprio tante. Quante ne vuoi?” “La mamma mi ha detto di portarne a casa tante”. “Voi siete in cinque bocche che mangiano e te le voglio dare tutte. Sei contento?” “Sì”. Prese il cestello di filo di ferro, coprì il fondo con uno strato di paglia, vi stese sopra delle morbide foglie di fico e dopo, uovo per uovo, li foderava con foglie fresche di vite. Alla fine il cestino fu quasi pieno. “Mi raccomando di non correre per la strada e di non inciampare. Va a casa dritto. Dì alla tua mamma che i soldi me li darà domenica prossima. Io andrò ad assistere la ‘messa prima’, ma passerò per casa sua, quando ritornerò dalla chiesa. Salutamela tanto”. Mi avviai felice come una pasqua. Intanto il sole si era alzato ben alto e picchiava così forte che sembrava volesse arrostirti. Proseguendo verso casa mia, appena dopo il fontanile sul lato destro, proprio in curva rispetto alla strada maestra che conduceva a Castello, iniziava una strada secondaria, che portava alle case dei Pozza e dei Malfermo. Una volta giunto lì, sentii un tintinnio di campanello di chiesa e, guardando da quella parte là, vidi che scendeva di gran corsa uno dei cappellani di Castello. Egli indossava sopra la talare nera la cotta bianca, sopra la cotta portava la stola viola e sulla testa aveva il tricorno con il fiocco. Con una mano teneva la patena o, forse, stringeva la pisside. Quello che fosse, era coperto con il velo viola tenuto fermo, con l’altra mano, dalla borsa che conteneva il corporale. Non si sa mai, il vento avrebbe potuto farlo volare via, scoprendo l’Ostia del Santissimo. Da qualche parte doveva avere con sé anche l’ampolla dell’olio santo, perché era più che evidente che si recava a confessare, comunicare ed impartire l’estrema unzione ad un moribondo. Dopo il prete vi era il sagrestano che, cercando di stargli vicino il più possibile, stringeva con entrambe le mani il manico dell’ombrellino di color viola con i bordi ricamati in oro opacizzato. Un po’ più indietro seguiva il chierichetto, che portava con una mano il secchiello dell’acqua santa con l’aspersorio e con l’altra mano suonava il campanello. Così come il cappellano, anche il chierichetto era vestito con la sua piccola tonaca nera e la cotta bianca. Questo fatto mi fece venire la pelle d’oca e quando il prete stava per passarmi davanti, come si costumava allora e come facevano tutti, dopo aver posato il cestello con le uova in un posticino piano, m'inginocchiai, congiunsi le mani, recitai una preghiera e, non appena il prete si dileguò dietro la curva della strada campestre, feci il segno della croce. Dopo, a dire il vero un po’ meno allegro, ripresi il cammino verso casa e mi rincuorai solamente quando vidi la mamma e i fratellini corrermi incontro per festeggiarmi.