| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
1 LA TEMPESTA*
Faceva caldo, era giorno, splendeva il sole. In gran lontananza si sentiva rumoreggiare un temporale, ma era sereno dove mi trovavo io. In meno di un’ora, all’improvviso, si trasformò tutto. Il cielo si rannuvolò ed iniziò un sordo brontolare vago e fuori mano. Poi, sempre più vicino, più forte, più continuo si percepiva un susseguirsi di tuoni e si vedeva un lampeggiare, che faceva venire la pelle d’oca. Non era possibile contare i lampi e tutto era sconvolto da raffiche di vento impetuoso. Sembrava che il mondo fosse travolto! Io, bambino, oltre che essere impaurito e fremere per lo spavento non potevo far alcunché. La nonna andava dicendo: “Sfortunati i miei ragazzi ancora nei campi con questo tempo con i baffi arruffati. Speriamo che almeno riescano ad arrivare a casa asciutti prima che cominci a diluviare”. Dalla corte le galline erano andate a rifugiarsi nel pollaio, nella stalla le mucche muggivano, nel porcile i maiali grufolavano, l’asino legato sotto il portico scalciava e gli uccelli erano andati a cercare rifugio tra le fronde più folte. Solamente le oche e le anatre sembravano contente. Ad esse, rivestite di gran quantità di piume, mai l’acqua sarebbe giunta a bagnare la pelle e con spavalderia aprendo e sbattendo le ali sembrava confabulassero: “Speriamo che piova a catinelle, così l’acqua marcia della vasca si laverà per bene dallo sterco e dal fango e noi potremo, finalmente, sguazzare a piacere”. In giro per la corte non si vedeva anima viva, più deserta di un cimitero in una notte senza luna. La nonna, poverina, ad un cero momento disse: “Bisogna che rabboniamo il Signore recitando orazioni e che Gli domandiamo perdono per i nostri peccati. Suvvia, bruciamo solerti dei piccoli rami d'ulivo benedetto”! Lei prese uno scaldino e, postevi dentro alcune palettate di cenare con delle braci accese, vi sparse uno strato uniforme di foglie d'ulivo ricevuto in chiesa dall’arciprete il giorno delle Palme per adoperarlo quando fosse stato necessario. La nonna posò lo scaldino esattamente al limitare della casa con la corte, sopra lo scalino grosso di pietra bianca, proprio al centro del vano della porta spalancata. Stava attenta che le foglie non s'infiammassero perché il fuoco le avrebbe bruciate velocemente, senza dar loro il tempo di trasformarsi in fumo. Al contrario, le braci le avrebbero rosicchiate lentamente e, così, si sarebbe prodotto fumo intenso, gradito all’Altissimo come se fosse quello dell’incenso. Chissà quante altre porte contadine stavano fumando come la nostra! Io soffrivo la mia dose di paura, la nonna pativa, oltre che per sé, anche per i figli e la campagna e piangendo diceva: “Speriamo che questo tempo malvagio non rasi tutto ed abbatta il frumento e l’erba. Nel caso provocasse molti danni andrà male e per noi poveretti sarà fame nera. Con questo sconquasso sembra voglia farci morire di carestia”! La nonna ancora diceva: “Tonio, soffia dolcemente sopra i tizzoni affinché possa formarsi molto fumo e chissà mai che la Madonna non ci veda ed interceda presso Dio per aiutare noi poveri infelici”! La nonna faceva segni di croce in continuazione e recitava il rosario. “Prega anche tu, continuava, forse qualche Santo ti ascolta, tu che sei ancora innocente!” E dopo una tumultuosa scarica di tuoni e di saette che non so dirvi, dopo un violento acquazzone di gocce grosse, cadde tempesta secca coprendo ogni cosa con una coltre di ‘ghiaia’ di ‘ghiaccio’. Durò poco, ma fu un flagello! Dopo che questo finimondo si acquietò e le nuvole minacciose si dissolsero, seguì una luminosa schiarita e tutto apparve nella sua grande desolazione! La grandine aveva danneggiato tutto: gelsi, acacie, ontani, castagni, fichi, salici, ciliegie, meli, noci, viti, giunchi ed anche le piante selvatiche del bosco. Il frumento era tutto piegato e l’erba tutta pesta! Quale amara disperazione!..
Quella volta lì l’ulivo benedetto fumò tanto e, nonostante tutto il danno, tanta fu (e ancora è) la speranza, intatta, nell’anima della gente!