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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
6 SFORTUNATO CONIGLIO!
Nota: questo racconto, per il suo duro realismo, è sconsigliato ai ragazzi e alle persone molto sensibili!
L'inizio di questo avvenimento non lo ricordo bene perché arrivavo sempre a fatto iniziato. Colui che aveva il compito dell’operazione di mattanza appoggiava la scala lunga, di sbilenco, contro il muro preparando così un posto comodo e pratico per tenere sospeso fra cielo e terra, penzoloni, lo sfortunato coniglio. Sotto il triangolo: terra-scala-muro si sistemava il ‘dottore’ improvvisato. Il coniglio penzolava ben legato con due pezzi di spago ad un piolo della scala. Divaricate al massimo le zampe alla bestiola, il lavoro era più facile. Non mi è chiaro come uno dei miei zii o zie riuscissero a farcela, un da solo, a legare la bestiola allo scalino. Dovevano essere in due, per forza: uno per tenere ferma la testa del coniglio che, povera bestia, nella sua sacrosanta lotta per la sopravvivenza, non morsicasse una mano della persona, che lo stringeva e l’altro per legare le zampine al piolo della scala. Penso che dovessero essere stati in due, ma a questo particolare non ho mai assistito. Adesso vi racconto come si svolgevano i fatti.
Appoggiata e ben sistemata la scala, stretto fortemente l’animaletto, gli si dava un energico colpo sulla collottola con la mano messa di taglio ed esso si metteva per pochi secondi a divincolarsi ancor più convulsamente. Al coniglio tramortito, con un fendente repentino la persona tagliava la gola e da lì fuoriusciva a fiotti gran quantità di sangue. Dopo qualche sussulto la bestiola si fermava per sempre. L’operazione che seguiva era quella di tagliare a tutto tondo la pelle delle zampine in alto in prossimità delle unghie. Nel proseguire il lavorio con il coltello, la persona addetta tagliava la sola pelle cercando di restare al centro del ventre e, ancor dopo, incideva la pelle delle zampine inferiori. Compiuto tutto questo maneggio, la pelle era tirata verso il basso con forza e senza strappi. In questo modo gli si svestiva, si fa per dire, il corpo. Questo vestito peloso del coniglio si staccava come se si trattasse di una fodera. Ad operazione conclusa la pelle tutta lorda di sangue penzolava ancor attaccata al collo del piccolo animale. Mamma mia, che voltastomaco! Infine si incidevano e si aprivano le carni della pancia e da lì si facevano uscire gli intestini, il fegato, il cuore e tutto il resto. Le frattaglie erano raccolte in un recipiente. A questo punto si appendeva la pelliccia ben aperta e con la pelle interna rivolta verso l’esterno a due chiodi, all’aria libera, perché si potesse asciugare a fondo. A suo tempo, quando fosse passato lo straccivendolo, si sarebbe venduta a costui. Per pochi minuti (il tempo di gocciolare ed asciugarsi) il coniglio rimaneva penzoloni, per aria, con le sue carni bianco-rosa esposte alla luce.
Sfortunato coniglio, l’unica parte che sembrava ancor viva erano gli occhi sbarrati come se avessero appena visto l’inferno!