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| Antonio Balsemin Desso ve conto… IntraText CT - Lettura del testo |
10 INFELICE POLIDORO!*
C'era una volta un bel, bravo ed intelligente ragazzo, che aveva davanti a sé tutta la propria vita da vivere. Alla maniera dei ragazzi di questo mondo, anche lui faceva le cose adatte all’età sua e giocava e si divertiva con i propri coetanei. Suo padre, che gli voleva un bene dell’anima e che voleva crescesse con ottima educazione ed ampio sapere, pensò di mandarlo da un suo grand'amico perché gli insegnasse le buone maniere del corretto vivere. Il giovane si chiamava Polidoro, il padre Priamo e l’amico Polimnestore. La storia iniziò a Troia e si svolse all’incirca nell’ottavo secolo a. C. Adesso vi racconto in che modo si sviluppò il fatto.
Poco sopra vi ho precisato che Priamo desiderava ardentemente che il figlio fosse educato nella maniera migliore e gli fornì eccellenti oggetti degni per un corredo di un figlio di re con splendidi vestiti, sandali, cinghie ed altro. Gli fornì anche una capiente borsa piena di monete di taglio minuto e di taglio grosso. Per il suo amico Polimnestrore, invece, accumulò numerosi magnifici oggetti di gran valore e li compose per bene all’interno di un capace forziere di legno robusto e bene rinforzato con lamine di ferro, che erano munite di varie serrature. “Per Bacco, si diceva Priamo, a mio figlio non mancherà niente per vivere con agiatezza quegli anni che sarà lontano dalla mia casa”! Alla fine, ultimati tutti i preparativi, Priamo scelse le persone più fidate, che dovevano accompagnare il suo figliolo nel viaggio finché non fosse giunto alla residenza del suo caro amico Polimnestore. Priamo aveva seguito ogni particolare dei preparativi perché voleva essere sicuro che al figlio, una volta lontano, non gli mancasse alcunché. Una mattina il padre, dopo baci e abbracci e dopo averlo benedetto, lo lasciò partire. Il viaggio si concluse felicemente ed il ragazzo giunse sano e salvo con tutto il bagaglio alla reggia del re Polimnestore. Quest'amico di Priamo, come vide il ragazzo lo accolse affettuosamente con tante feste che non saprei raccontarvi. Tutto sembrava proseguisse di bene in meglio. Invece, al Polimnestore, che era rimasto stupefatto dopo che aveva aperto il forziere e aveva visto tutti gli ori, i gioielli, l’argento e le pietre preziose ben stipati all’interno, poiché era ingordo, gli nacque il desiderio di far sue tutte quelle ricchezze non rispettando le date delle rette mese per mese, ma di acchiapparsi tutto e subito. Ovunque andasse, con chiunque stesse, in ogni momento il Polimnestoe fingeva di voler tanto bene al ragazzo circondandolo d’ogni affetto. Per avvalorare i suoi modi di comportamento onesto e per mascherare i suoi loschi fini sia di fronte al giovane come alla gente, lo accompagnava qua e là, gli forniva ogni utile insegnamento, gli faceva trovare la mensa imbandita con i più pregiati cibi, lo accudiva, insomma, come se fosse figlio proprio. Tutti dicevano ammirati: “Guarda il re Polimnestore come tratta amorevolmente il figlio di Priamo” oppure “Guarda quanto affetto il re Polimnestore nutre per Polidoro" oppure “Quanto è bravo e buono il re Polimnestore con Polidoro” ed altre espressioni di questo tipo. Ma, per Bacco, in cuor suo Polimnestore covava un'iniqua idea: trafugare il tesoro del giovane! Trascorso il tempo sufficiente per convincere ragazzo e gente che era un lodevole precettore, un giorno, quando gli parve di poterla fare franca, condusse Polidoro in un posto isolato e lì a tradimento lo uccise. La vita dello sfortunato Polidoro fu stroncata, l’infelice Priamo pianse per tutta la durata della sua vita e chissà mai se l’impostore si godette il mal tolto. Non si saprà mai se Polimnestore abbia vissuto serenamente o con il rimorso dell'esecrando delitto perché è una realtà che solo lui sa, ma un fatto è certo: che non si portò nell'altra vita neppure un quattrino!
Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi e così con il trascorrere del tempo si venne a conoscenza di quest’orribile crimine, ma ormai non c’era più alcun rimedio. È rimasto però un detto, che ricorda questo fatto scellerato e quando si vuole affermare che una persona è falsa o traditrice o sleale o ingannevole da allora si è soliti dire: “Thraces iusiurandum ignorant”1 .
(ZENOBIO, Prov. gr., 4, 32; DIOGENIANO, 5, 25) - (HOEPLI, pag. 246).