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Antonio Balsemin
Desso ve conto…

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15        IL FULMINE E IL NOCE

 

In un angolo di una spanna di terra appartenente ai nonni materni ‘i Pieri’, poco lontano dall’abitato percorrendo la strada, che conduce alla valle bassa subito dopo le vasche, che raccoglievano l’acqua della sorgente, proprio al limitare del bosco, svettava un vecchio e splendido albero di noce, che era più alto di una casa. Si teneva questa pianta in gran considerazione perché con le noci raccolte era possibile riempire molte ceste. Si poteva mangiarne a volontà da sole o con il pane, si poteva regalarne a chi non ne aveva e ricordo che quando passava il frate questuante, che la gente chiamava ‘il frate converso’, se ne dava in abbondanza anche a lui, che le riponeva nella sua bisaccia. Io credo, e così tutti pensavano, che questa pianta fosse stata messa a dimora o nata spontaneamente su una vena d'acqua sotterranea perché, per quanto fosse notevole e lunga la siccità dell’estate, essa era sempre di un verde fresco, ben rifocillato e le sue foglie sostenute dal picciolo non si afflosciavano mai tanto quanto lo era per tutti gli altri alberi. Nei giorni di canicola, noi ragazzini portavamo ai lavoranti nei campi il pranzo del mezzogiorno sistemato all’interno di un fagotto ottenuto annodando i quattro angoli di un gran fazzoletto. Vi si poneva dentro pane, formaggio e salame. Con il companatico si portava, in un fiasco rivestito di paglia o con rami molto sottili di salice selvatico, del vino annacquato perché quello puro in un primo momento avrebbe sì dato vigore, ma poi avrebbe fiaccato le gambe. Così si diceva. All’ombra di questa maestosa pianta noi ragazzetti, che arrivavano sempre per primi, si attendeva che arrivassero dai campi gli uomini, che portavano sopra una spalla o la forca o la zappa o il badile o il rastrello, secondo i lavori che stavano eseguendo. Nel caso stessero arando, lasciavano il vomere nel campo, ma conducevano con loro i buoi e le mucche così da poterli avere sott’occhio ed, anche, per farli bere alla fontana e farli riposare un po’. Bene, una volta scoppiò un temporale, un temporale che non saprei descrivervi! Sembrava che il vento sradicasse tutto: i coppi delle case, i filari delle viti, le piante del bosco, insomma, ogni cosa. Le saette e i tuoni non si potevano contare, la pioggia cadeva a crosci e il vento non aveva interruzioni. Ad un certo momento rimbombò un tuono così vicino e potente che sembrava si fosse scaricato in cucina. Tutti rimasero pietrificati, ma fortunatamente nell’abitazione non accadde alcunché. Una volta che l'uragano ebbe fine, si uscì da casa e si vide tutto il disastro che aveva provocato e, quando sul far della sera accompagnai le mucche alle vasche della valle per farle bere, vidi che il noce era stato folgorato. Al suo posto c’era un gran vuoto e sparsi a terra si trovavano affastellati i resti dei rami, che non erano stati completamente inceneriti dal fulmine. Il tronco sembrava un enorme palo spaccato longitudinalmente e da una parte era carbonizzato.

Dispiacque a tutti ed anche a me vedere quel grandioso albero di noce ridotto a così misero stato. Chissà mai se vedrò ancora un’altra pianta di noce così imponente e solenne! Mi auguro di sì. Una volta o l’altra potrei vederla, almeno desidero sperarlo!   

 

 




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