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Antonio Balsemin
Desso ve conto…

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18        LA CAGNOLINA FURBA E QUELLA INGENUA*

 

Vivevano una volta due cagnoline, che si volevano un bene dell'anima, proprio come due sorelle, amiche per la pelle da quando si erano conosciute. L’una viveva per l’altra e si raccontavano fatti belli e fatti brutti. Mamma mia, si volevano un bene che non so dirvi! Il diavolo, pestifero malefico, non mandava giù questo boccone amaro: di vedere che viveva una coppietta perfetta ed esemplare. Così n'escogitò una delle sue.   “... e non ci indurre in tentazione...”, recita un verso molto, ma molto importante del Padre Nostro. Il diavolo, che è un tentatore maligno nato, tanto fece finché una sera la Lella (quella più giovane) rincasando dall’abitazione della Berta (quella più anziana) proseguendo raso filo dell’alveo di un torrentello affiancato da una siepe incappò, per colpa di quel birbante matricolato, nel suo principe azzurro. Incantata dal suo manto rosso fulvo, sedotta dai suoi nobili lineamenti lo seguì occultandosi con lui sotto i rami frondosi di una pianta di sambuco1. Compiutosi l’incontro, si sa, nasce il resto. Lella, che non era sempliciotta per nulla, capiva nel suo cervelletto che stava per mettere su famiglia e soffriva mille problemi per dove sistemarsi e far nascere i propri pargoletti. Soprattutto, poverina, desiderava una casa più spaziosa. Se ritorniamo allo svolgimento dei fatti antecedenti, la Berta si era accasata in quelle parti là per prima scegliendo il luogo migliore. Essa viveva la sua vita in una ‘residenza’ bella, comoda, ampia, asciutta come un osso e, per di più, ben esposta al sole. La Lella gliela domandò in prestito giusto il tempo, essa prometteva, per dare alla luce i nascituri in un posto asciutto e con un tetto perfettamente impermeabile. La Berta aveva un cuore tanto, ma tanto più grande della sua casetta e, dopo aver riflettuto un po’, decise di prestargliela dicendosi: “Vedrai che dato questo mio gesto amorevole i piccolini mi vorranno bene e mi chiameranno ‘zia’! Una volta avvenuto il lieto evento e trascorsi alcuni giorni, la Berta si recò a far visita alla mamma novella. Fattole una serie di complimenti, le comunicò che desiderava le fosse restituita la sua abitazione. La Lella, furba più di una volpe, aveva mandato a memoria un discorso crepacuore, una supplica, che avrebbe fatto uscire acqua anche da una pietra. La conclusione: “E tu, carissima, conosciuta per i tuoi buoni costumi, avresti il coraggio di togliere dai miei capezzoli questi poverini? Ma qual mai cuore ti batte dentro il petto? Poveri infelici, ancora devono schiudere gli occhietti! Vuoi tu, forse, farli morire di stenti”? E tutte queste toccanti parole le infiorava con sospiri, pianti e qualche lacrimetta, che fa sempre tanto effetto. Berta, poverina, sentì vergogna, rimase frastornata, fu presa da giramenti di testa e si sentì oppressa da sensi di colpa. Le nacque un nodo in gola e da lì uscì questo flebile sussurro: “Va bene, per questa volta ti voglio accontentare. Aspetterò un altro po’ ”.  “Tu sì che sei un'amica vera. Stai tranquilla, la casa è sempre tua”. Trascorse alcune settimane la Berta ritornò tutta allegra e sicura di aver resa la sua casetta, ma la Lella, che voleva abbindolare la vecchiotta, si era preparata un sermone degno di un principe del foro e in questa seconda perorazione, prima di mettere il punto fermo, declamò: “Guardali, amica mia, che visini da angioli che hanno. Sono o non sono belli, puliti, grassi e grossi. Vorresti tu, brava e buona come sei, guastare questa buona sorte e rovinare questi miei infanti?” E anche stavolta la Berta dal cuore di panna si lasciò convincere: “Voglio favorire te e anche i tuoi figli. Ti concedo ancora un paio di settimane. Dopo mi serve senza fallo alcuno”! Il tempo andava avanti per conto suo e una stagione era subentrata all'altra. Foglie e fiori da molto tempo erano già sbocciati e stavano maturando i propri frutti. Anche i cuccioli si erano fatti grandi pieni di forza, salute, muscoli d'acciaio, unghie aguzze e denti forti. Questa mamma particolare era dotata di un cervello di prima qualità e si sa: “Il bisogno aguzza l'ingegno”. La furba Lella aveva predisposto una strategia più accurata di un generale per ingannare la vecchiotta. Un detto nudo e crudo recita: “Se ti vuoi farti ricco, qualcuno devi far piangere”. Un giorno la signora padrona, la Berta, tutta allegra e con il ciuffo della coda ben in alto, arrivò alla sua vecchia abitazione e appena aperte le mascelle per richiedere la sua casetta la Lella, spavalda e fattasi forte grazie alla nidiata dei figli in assetto d'attacco, fissandola con testa eretta e occhi di fuoco negli occhi dell’altra dice: “Ma che cosa e che mai ti passa per la testa, vecchia rimbecillita. La casa è mia e dei miei figli. Prova a fiatare e ti riduciamo come uno straccio”! Gesù Maria, l’infelice sfrattata con le traveggole agli occhi, come avesse visto spalancarsi le porte dell’inferno, girò i tacchi fuggendo di corsa, con il cuore che pulsava fremente ed il cervello impazzito. Nelle convulsioni del pianto ripeteva: “Aveva ragione la mia defunta mamma quando mi diceva: ‘Fissatelo bene in testa, figlia mia; fidarsi è bene, non fidarsi è meglio’ ”!

 

 

 




* LA CAGNOLINA FURBA E QUELLA INGENUA. Il titolo originale, tratto dalla raccolta delle favole di Fedro, è: ‘Canis parturiens’. (La cagna partoriente). Fa parte del ‘liber primus’ ed è la favola XIX. Trattasi di una mia ‘molto libera’ rivisitazione.

 



1 Il sambuco è una pianta molto diffusa in Europa, specialmente nei luoghi umidi sia di montagna come di pianura. I fiori bianco-lattei o avorio, sono piccoli ma numerosissimi. I frutti sono drupe sferiche, lucide, nero-violacee a maturazione. Gli antichi riconoscevano il sambuco quale dispensatore della medicina degli dei perché ‘regala’ ben sette proprietà: 1 Calma la tosse (decotto di germogli).  2) Cura la malattia della pelle (impacchi di foglie).  3) E’ depurativo (un tè di fiori).  4) Cura le infiammazioni dei bronchi e dei polmoni (sciroppo di bacche).  5) È emetico e lassativo. Cura il glaucoma degli occhi (decotto di corteccia).  6) Cura gotta e malattie di ricambio (radice pestata e bollita).  7) Lenisce il dolore delle lussazioni  (con pappa ricavata dal midollo e mescolata con farina e miele).






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