II.
L’EUTANASIA
Per trattare in maniera adeguata il problema
dell’eutanasia, conviene, innanzi tutto, precisare il vocabolario.
Etimologicamente la parola eutanasia
significava, nell’antichità, una morte dolce senza sofferenze atroci. Oggi non
ci si riferisce più al significato originario del termine, ma piuttosto
all’intervento della medicina diretto ad attenuare i dolori della malattia e
dell’agonia, talvolta anche con il rischio di sopprimere prematuramente la
vita. Inoltre, il termine viene usato, in senso più
stretto, con il significato di “procurare la morte per pietà”, allo scopo di
eliminare radicalmente le ultime sofferenze o di evitare a bambini anormali, ai
malati mentali o agli incurabili il prolungarsi di una vita infelice, forse per
molti anni, che potrebbe imporre degli oneri troppo pesanti alle famiglie o
alla società.
È quindi necessario dire chiaramente in
quale senso venga preso il termine in questo
Documento.
Per eutanasia s’intende un’azione o
un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo
scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle
intenzioni e dei metodi usati.
Ora, è necessario ribadire
con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un
essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio,
ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo
gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né
può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può
legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione
della legge divina, di una offesa alla dignità della
persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità.
Potrebbe anche verificarsi che il dolore
prolungato e insopportabile, ragioni di ordine
affettivo o diversi altri motivi inducano qualcuno a ritenere di poter
legittimamente chiedere la morte o procurarla ad altri. Benché
in casi del genere la responsabilità personale possa esser diminuita o perfino
non sussistere, tuttavia l’errore di giudizio della coscienza - forse pure in
buona fede - non modifica la natura dell’atto omicida, che in sé rimane sempre
inammissibile. Le suppliche dei malati molto gravi, che talvolta
invocano la morte, non devono essere intese come espressione di una vera
volontà di eutanasia; esse infatti sono quasi sempre
richieste angosciate di aiuto e di affetto. Oltre le cure mediche, ciò di cui
l’ammalato ha bisogno, è l’amore, il calore umano e soprannaturale, col quale
possono e debbono circondarlo tutti coloro che gli
sono vicini, genitori e figli, medici e infermieri.
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