IV.
L’USO PROPORZIONATO DEI MEZZI TERAPEUTICI
È molto importante oggi proteggere, nel
momento della morte, la dignità della persona umana e la concezione cristiana
della vita contro un tecnicismo che rischia di divenire abusivo. Di fatto,
alcuni parlano di “diritto alla morte”, espressione che non designa il diritto
di procurarsi o farsi procurare la morte come si vuole, ma il diritto di morire
in tutta serenità, con dignità umana e cristiana. Da questo punto di vista,
l’uso dei mezzi terapeutici talvolta può sollevare dei problemi.
In molti casi la complessità delle
situazioni può essere tale da far sorgere dei dubbi sul modo di applicare i principii della morale. Prendere delle decisioni spetterà
in ultima analisi alla coscienza del malato o delle persone qualificate per
parlare a nome suo, oppure anche dei medici, alla luce degli obblighi morali e
dei diversi aspetti del caso.
Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi
curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono
prestare la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che
riterranno necessari o utili.
Si dovrà però, in tutte le circostanze,
ricorrere ad ogni rimedio possibile? Finora i moralisti rispondevano che non si
è mai obbligati all’uso dei mezzi “straordinari”. Oggi però tale risposta,
sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per
l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi “proporzionati”
e “sproporzionati”. In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a
confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà e di rischio che comporta,
le spese necessarie e le possibilità di applicazione,
con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni
dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali.
Per facilitare l’applicazione di questi principii generali si possono aggiungere le seguenti
precisazioni:
- In mancanza di altri
rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a
disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio
sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato
potrà anche dare esempio di generosità per il bene dell’umanità.
- È anche lecito interrompere l’applicazione
di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà
tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro
potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l’investimento di
strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le
tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei
benefici che se ne possono trarre.
- È sempre lecito accontentarsi dei mezzi
normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno
l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia
non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale
al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione
umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico
sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non
imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività.
- Nell’imminenza di una morte inevitabile
nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di
rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario
e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute
all’ammalato in simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi,
quasi che non avesse prestato assistenza ad una
persona in pericolo.
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