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Platone
L'Alcibiade

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  • XVII
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XVII.

 

SOCRATE Or vediamo, ponendo di contra alle loro le cose nostre, vediamo prima s'e' ti paiano essere di men gentil schiatta i Re de' Lacedemoni e dei Persiani. O non sappiamo noi come quelli vengan da Ercole e questi da Achemene, e la schiatta d'Ercole e d'Achemene monti su fino a Perseo, il figliuolo di Giove?

ALCIBIADE La nostra monta anco su su, o Socrate, sino a Eurisaca, e quella d'Eurisaca sino a Giove.

SOCRATE Anco la nostra, nobile Alcibiade, monta fino a Dedalo: Dedalo poi fino a Vulcano, il figliuolo di Giove. Ma la lor schiatta a principiar da loro è di Re e figli di Re, su su fino a Giove: quelli, di Argo e di Lacedemonia; e questi, della Persia in perpetuo, e molte volte dell'Asia, come è al presente. Noi poi siam gente umile, noi e i nostri padri. E se abbisognasse mostrar Salamina o anche Egina, la patria di Eaco, il piú antico, ad Artaserse il figliuolo di Serse, oh le risa che ne farebbe egli. Ma guarda che noi non siam da meno di costoro, e per gentilezza di sangue, e anche per maniera d'avviamento. O non hai tu sentito dire le grandezze de' Re de' Lacedemoni, e che le lor donne son guardate dagli Efori, a nome del popolo, acciocché quanto si possa a niuno sia nascoso che il Re non s'è generato di altri, che degli Eraclidi. Quello de' Persiani poi di tanto s'avvantaggia, che niuno ha sospetto possa un Re esser generato d'altro che di Re; e però la donna d'un Re non è guardata che dal pudore suo medesimo.

Come nasce il figliuolo primogenito del quale è il regno, la prima cosa fanno festa tutti quelli del regno suo; poi tutta l'Asia ne celebra in perpetuo l'annuale con sacrifizii e con feste. Ma quando si nasce noi altri, o Alcibiade, non se n'avvede né anche il vicinato, come dice il comico. Poi allevato è il fanciullo, non da femmina, nutrice di picciol conto, ma sì bene da eunuchi, di quelli attorno al Re i meglio riputati: ai quali è commesso, oltre altre cose, d'avere specialmente cura al fanciullo, e ingegnarsi che diventi quanto può bellissimo, formandogli le membra e raddrizzandogliele: e ciò facendo essi, la gente li ha in grande estimazione. Com'egli ha sette anni, va a' maestri di cavalli, e si tutto ai cavalli, e comincia andare a caccia di fiere. A quattordici anni se lo ricevon quelli chiamati regii pedagoghi. Sono eletti i piú commendabili fra i Persiani; nel fior dell'età; e son quattro: quello piú savio, quello piú giusto, quello piú temperante, quello piú forte. Dei quali uno insegna la magia di Zoroastro, figlio di Oromaze, che è il culto degl'Iddii; e gli uffici di Re anche: e il piú giusto, a dir il vero per insino a che egli vive: e il piú temperante, a non lasciarsi signoreggiare da nessun piacere, affinché si assuefaccia libero e perciò Re, signoreggiando la prima cosa i desiderii di dentro, e non servendo a quelli: il piú forte poi fa ch'egli venga su senza paure, franco; perocché servo sarebbe egli, se egli temesse. A te poi, o Alcibiade, Pericle dette a pedagogo il piú inutile dei suoi servi (era tanto vecchio!) Zopiro il Tracio. E ragionerei ancora di tutto l'altro che riguarda l'avviamento e la disciplina dei tuoi avversarii, se non fosse lunga cosa; ma questo basta perché te ne faccia tu un'idea chiara. Della tua nascita poi, Alcibiade, e allevamento e disciplina (lo stesso è di qualunque Ateniese) non cale a nessuno; salvo che non ci sia alcuno che ti voglia bene. Se tu volessi poi guardare alle ricchezze, alle vestimenta, agli strascichi de' mantelli, agli unguenti odoriferi, alla molta compagnia di servi e alle altre delicatezze de' Persiani, verrebbeti vergogna di te sentendo quanto sii tu da meno di loro.

 

 




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