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Platone
L'Alcibiade

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  • XXXI
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XXXI.

 

SOCRATE Adunque non si ha a procurare tirannia, o bonissimo Alcibiade, né a sé, né alle città, ma sì bene virtú; se desiderate essere felici.

ALCIBIADE Parli vero.

SOCRATE E insino a che la virtú manca, anzi che governare meglio è, non che al fanciullo, all'uomo anche, esser governati da colui che è piú buono.

ALCIBIADE Chiaro.

SOCRATE Ciò poi ch'è meglio, non è piú bello?

ALCIBIADE Sì.

SOCRATE Se piú bello è, piú convenevole è?

ALCIBIADE Come no?

SOCRATE Al cattivo si convien dunque servire: che è meglio.

ALCIBIADE Sì.

SOCRATE Dunque la cattiveria, ella è da servo.

ALCIBIADE Chiaro.

SOCRATE La virtú poi, ella è da uomo libero.

ALCIBIADE Sì.

SOCRATE E, amico, non è da schivare ciò che è da servi?

ALCIBIADE Sì, o Socrate, con tutto il nostro potere.

SOCRATE E tu senti ora qual è il tuo stato? è da uomo libero, o no?

ALCIBIADE Oh se io lo sento!

SOCRATE E sai come ti dèi disciogliere tu da cotesta cosa che te avvolge? perché non la vo' nominare io, ché tu sei bello.

ALCIBIADE Lo so io.

SOCRATE Come?

ALCIBIADE Pur che vogli tu, o Socrate.

SOCRATE Tu non di' bene, Alcibiade.

ALCIBIADE Come ho a dire io?

SOCRATE Pur che Dio voglia: così.

ALCIBIADE E così dico, e dico altresì questo, che noi s'è barattato figura, Socrate: la tua la ho preso io, e tu la mia; e non c'è caso che non ti voglia seguire io sino da questo , come un pedagogo, e che tu non mi veda sempre al tuo lato.

SOCRATE O generoso! Così niente differirà il mio amore dalla cicogna, se annidato avendo egli in te un suo piccioletto amorino, e nutricatolo e fattogli mettere un po' d'ala, da quello nutricato sarà egli poi a sua volta.

ALCIBIADE E io comincierò a prender cura della virtú insin da ora.

SOCRATE Perseverassi! ma io, non che diffidi della natura tua, sì perché le forze vedo della città nostra, io ho paura che ci soggiogherà ella tutti e' due, me e te.

 

 

 




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