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Platone
L'Alcibiade

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  • I
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I

SOCRATE O figliuolo di Clinia, credo che ti maravigli ch'io primo tuo amatore, gli altri ritraendosi, io solo non mi ritragga; e che allora quando t'affollavan gli altri co' loro ragionamenti, io, è tanti anni, non t'abbia mai detto nulla. Questo fu, non per alcuna umana cagione, ma sì per un cotal divieto del Demone; la possanza del quale udirai e saprai tu dopo. Dacché ei non me ne fa piú divieto ora, io mi sono accostato a te: e spero ch'e' non me ne vorrà fare divieto né anche poi. Ma t'ho avuto l'occhio quasi tutto questo tempo, e bene io ho notato come ti contenevi co' tuoi amatori: ché non fu nessuno di quelli, ed eran pure molti e così orgogliosi, che, umiliato dal tuo orgoglio, non fuggisse da te. E te lo vo' dire perché li hai in dispetto.

Tu credi non abbisognar di niuno uomo al mondo, in nulla; perché cose grandi hai tu, a principiar dal corpo, fino all'anima. La prima cosa ti pensi d'essere un gran bel giovine, bello assai; non pensi falso, e' si vede a occhio: e poi di fiorente casa, qui nella città tua, la piú ragguardevole delle città elleniche: e per padre aver qui moltissimi amici e congiunti, assai nobili, i quali sé ad ogni tuo servigio offerirebbero, se tu avessi bisogno; e, né meno né da meno, quelli per madre: e pensi che assai maggior possanza, che non da tutto quello che detto è, tu la ritragga da Pericle, il figlio di Santippo, il quale tuo padre lasciò tutore a te e a tuo fratello; perocché, non solo in questa città qui, ma sì in tutta la Ellade e appresso a molte e grandi genti barbare, ei fa ciò ch'e' vuole. Ti vo' dir piú là, che se' un de' ricchi; ma tu, mi pare, non imbaldanzisci per cotesto. Ecco perché, rizzando tu il collo, su i tuoi amatori hai tiranneggiato; e, perché da meno, si son lasciati tiranneggiare quelli: lo sai tu! E però intendo come ti abbi a maravigliare e abbi a dire entro te medesimo: «Che s'è messo in capo quest'uomo, che non è ancor stanco di volermi bene? che spera? ché, gli altri fuggendo, egli se ne sta lì?»

 

 




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