II.
ALCIBIADE Sai,
o Socrate? d'un poco mi se' tu venuto avanti. Ch'io avea in mente d'accostarmi
prima io a te, per cotesto, per domandarti che vuoi, che speri, ché non mi
lasci avere riposo e, dove che io sia, ci se' anche tu? Oh il fatto tuo mi fa
specie, e, se me ne chiarissi, io ti udirei assai volentieri.
SOCRATE Ci
credo che mi udirai volentieri, se tu desideri conoscere la mia intenzione,
come dici; e io ti parlerò come a un che ha voglia di stare a udire.
ALCIBIADE Sì,
desidero; ma di' tu.
SOCRATE Ma bada
ch'è' non sarebbe da farne caso, se, come stentai a principiare, così stentassi
io a finire anche.
ALCIBIADE O
buono uomo, parla pure, che t'ascolterò io.
SOCRATE E'
sarebbe ora. Malagevol cosa certo è a un che ama, stare a ragionar con giovine
che degli amatori se ne ride; nondimeno bisogna che io mi faccia animo e ti
palesi quello che ho dentro. Odi, Alcibiade: se ti vedeva io dilettare in
quelle cose mentovate dianzi, e avere opinione che in quelle convenisse
consumare la vita, da un pezzo m'era già bello e disamorato di te, ne son
persuaso io. Ma ben altri disegni hai nella mente, e te lo mostro; e conoscerai
da questo se ti ho mai levato occhi d'addosso. Io credo che se ti dicesse un
Iddio: - Vuoi, o Alcibiade, così vivere, con quel che tu hai ora, o, se non ti
fosse lasciato avere maggiori cose, morire subitamente? - Morire, - io credo
risponderesti tu. E in quali speranze tu viva, io tel dirò. Tu fai ragione che
non sì tosto ti sarai appresentato al popolo ateniese; sarà di qua a pochi dì;
gli mostrerai che tu sei degno di onore come né Pericle né alcun altro mai al
mondo; e dopo questo avere tu ad acquistare grandissima possanza nella città; e
se tu sei qui molto possente, poi sarai anco possente fra gli altri Elleni e,
non che fra gli Elleni, fra tutti quanti i barbari che nel nostro continente
abitano. E se ti dicesse novamente quell'Iddio medesimo, che tu dèi rimanerti a
signoreggiare sola Europa, ma che non ti sarà lasciato passare in Asia per
soggettare altresì le cose di là a tua signoria, credo che non vorresti tu
vivere né anche a cotesta condizione, se del tuo nome tu non riempirai e della
tua possanza, per dir così, tutto il mondo; e io credo che tu creda che, da
Ciro e Serse in fuori, non fu mai alcuno degno di nominanza. Tu hai queste
speranze, e lo so bene; non è congettura la mia.
Dirai: - Tu
parli vero; ma che ha a far cotesto con quel che voleva domandare io, perché
non ti discosti da me?
E te lo dirò,
caro figliuolo di Clinia e di Dinomaca: perché impossibil cosa è senza me che
tu rechi a effetto tutti questi pensamenti; tanta possanza credo io avere su le
cose tue e su te. E però è tanto che l'Iddio non mi lasciava conversar teco; ma
io a star lì ad aspettare: imperocché, come tu sovra alla città, io su te spero
potere molto se ti mostrerò che son persona io degna che tu ne facci grande
estimazione, perché né tutore né congiunto né alcun altro ti può dare la
possanza che tu desideri, salvo me; con l'aiuto di Dio, si sa bene. Or insino a
che eri assai giovine e il petto non avevi per anco pieno di cotanta speranza,
io credo non mi lasciasse l'Iddio ragionar teco, perché era fiato gittato; ora
sì, ché mi starai bene a udire tu ora.