IX.
SOCRATE Vedi?
non dici bene, o Alcibiade.
ALCIBIADE In
che?
SOCRATE Oh
m'affermi che dico io che tu non sai, io!
ALCIBIADE O che
non di' tu che ciò ch'è giusto o ingiusto non lo so io?
SOCRATE No.
ALCIBIADE Io,
dunque?
SOCRATE Sì.
ALCIBIADE Come?
SOCRATE Ecco:
se ti domando che è piú, l'uno o il due? risponderai tu, che il due.
ALCIBIADE
Io sì.
SOCRATE Di
quanto?
ALCIBIADE Di
uno.
SOCRATE Or qual
disse di noi, che il due è piú dell'uno di uno?
ALCIBIADE Io.
SOCRATE E non
ho domandato io, e hai risposto tu?
ALCIBIADE Sì.
SOCRATE E che ne
vien però chiaro? che io dico, io che domando? o vero tu che rispondi?
ALCIBIADE Io.
SOCRATE E che?
se io domando di quali lettere si fa il nome di Socrate, e rispondi tu; chi
dice di noi?
ALCIBIADE Io.
SOCRATE Or su
spacciati; quand'ei si fa domanda e risposta, chi dice? colui che domanda, o
vero colui che risponde?
ALCIBIADE Colui
che risponde, mi par a me.
SOCRATE Or in
tutto quel ragionamento non domandava io?
ALCIBIADE Sì.
SOCRATE E non
rispondevi tu?
ALCIBIADE
Io, sì.
SOCRATE Dunque,
fatti cotai accordi, quel che detto è chi l'ha detto di noi?
ALCIBIADE Io,
gli è chiaro dopo cotali accordi.
SOCRATE Or non
s'è detto che di giusto e ingiusto non se ne intendeva Alcibiade, il bel
giovane, il figliuolo di Clinia; e credeva di sì lui; e che andando all'adunanza
egli era in sul mettersi a dar consiglio agli Ateniesi su cose ch'ei non sa per
nulla? non s'è detto questo?
ALCIBIADE Sì,
questo.
SOCRATE Dunque
fa al caso tuo il detto d'Euripide, o Alcibiade: «Tu udite hai queste cose da
te, può essere, da me no»; e non dico queste cose io, ma tu; e tu ne accagioni
me a torto. - E dici bene: ché daddovero quella che tu hai in mente l'è una
impresa pazza, cioè d'insegnar quello che non conosci; da poi che tu non ti sei
mai preso cura d'imparare, o bonissimo giovane.