XXVI.
SOCRATE Colui,
dunque, che ci comanda di conoscer noi medesimi, di conoscer l'anima ci
comanda.
ALCIBIADE Par
così.
SOCRATE E però
colui il quale conosce alcuna parte del corpo suo, conosce cosa sua, non sé
medesimo.
ALCIBIADE Sì.
SOCRATE Onde
niun medico conosce sé, però ch'egli è medico; e niun maestro di palestra, però
ch'egli è maestro di palestra.
ALCIBIADE Par
di no.
SOCRATE Ce ne
vuole dunque che i lavoratori della terra, e gli altri operai, conoscano sé
medesimi: perocché co' loro mestieri non conoscon né anche le cose loro, come
pare, sì cose piú rimote delle cose loro; perché conoscon solo le cose del
corpo, cioè quelle che a esso dàn campamento.
ALCIBIADE Tu
di' il vero.
SOCRATE Se
dunque sapienza è conoscere sé medesimi, niuno di costoro è sapiente per
ragione dell'arte sua.
ALCIBIADE No,
mi pare.
SOCRATE E però
arti manovali e umili paion coteste, non da buono o bello uomo.
ALCIBIADE Così
proprio.
SOCRATE E però,
di nuovo, quale ha cura del corpo, delle cose sue egli ha cura, non di sé
medesimo?
ALCIBIADE Pare.
SOCRATE E quale
ha cura delle ricchezze, non ha di sé cura, né delle cose sue, sì di cosa piú
rimota e piú strania?
ALCIBIADE Mi
pare bene.
SOCRATE Sicché
il quattrinaio, ei non fa neanche il fatto suo.
ALCIBIADE Vero.
SOCRATE Adunque
se alcuno innamorò del corpo di Alcibiade, non già innamorò egli di Alcibiade,
sì di cosa d'Alcibiade.
ALCIBIADE Vero.
SOCRATE Ma chi
ama la tua anima?
ALCIBIADE Quel
che di necessità ne viene, è chiaro.
SOCRATE E chi
ama il tuo corpo, non si disparte e ne va via, se quel piú non è in fiore?
ALCIBIADE Par
vero.
SOCRATE Ma
colui che ama l'anima non va via insino a che non pervenga ella a ciò ch'è il
suo meglio.
ALCIBIADE Par
vero.
SOCRATE Or,
vedi, io sono colui che non si parte, sì rimane, non essendo te piú in fiore e
gli altri essendo oramai andati via.
ALCIBIADE Fai
bene, Socrate; oh non andar via tu.
SOCRATE Procura
dunque che tu divenga, quanto puoi, bellissimo dell'anima.
ALCIBIADE
Procurerò bene io.