XXIX.
SOCRATE E
potremmo noi, ignari di noi medesimi e però non savii, conoscer quello che a
noi è bene o male?
ALCIBIADE
E come, Socrate?
SOCRATE
Forse par a te impossibil cosa, un che non conosca Alcibiade, conosca le cose
d'Alcibiade ch'elle son d'Alcibiade.
ALCIBIADE
Impossibil cosa, per Giove.
SOCRATE Adunque
le cose nostre non le conosciamo anche, se né anche noi medesimi?
ALCIBIADE E
come!
SOCRATE E se le
cose nostre no, né anche le cose delle cose nostre?
ALCIBIADE No,
par chiaro.
SOCRATE Non era
però diritto accordo quello di or ora, ch'ei vi ha di quelli che non conoscon
sé medesimi, e le cose loro sì; e di altri che conoscon solamente le cose delle
cose loro: perocché pare che il conoscer tutto cotesto, sé, le cose sue, le cose
delle cose sue, a una persona medesima si appartenga e a un'arte medesima.
ALCIBIADE
Par così.
SOCRATE Or
qualunque ignori le cose sue, ignorerà le altrui anche, secondo le dette
ragioni?
ALCIBIADE Come
no?
SOCRATE Se le
altrui, quelle della città anche?
ALCIBIADE
Necessariamente.
SOCRATE Non
sarà però uomo politico egli.
ALCIBIADE No,
no.
SOCRATE Né uomo
iconomico.
ALCIBIADE No,
no.
SOCRATE Né
saprà quel ch'ei si faccia.
ALCIBIADE No,
certo.
SOCRATE E colui
che non sa, non farà errori?
ALCIBIADE Oh se
ne farà!
SOCRATE Ed
errando non farà male le cose sue, e quelle del comune?
ALCIBIADE
Come no?
SOCRATE E se
male fa, non è miserabile egli?
ALCIBIADE
Di molto.
SOCRATE Che
sarà poi di quelli a' quali egli fa male?
ALCIBIADE
Miserabili anch'essi.
SOCRATE Dunque
non può essere che sia alcuno felice, se egli non è savio e buono.
ALCIBIADE
Non può essere.
SOCRATE Gli
uomini cattivi, dunque, sono miserabili.
ALCIBIADE
Oh sì