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Autore incerto (Platone?)
L'Assioco

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VII.

 

Per tanto gl'Iddii, conoscitori delle umane cose, quelli i quali essi hanno molto cari, prestamente liberano della vita. Agamede e Trofonio, che edificarono il tempio d'Apollo Pizio, pregando lui perché volesse concedere loro il più desiderabile bene che sia nel mondo, addormentatisi, più non si svegliarono.

Così fu dei figliuoli della sacerdotessa Argiva. Poiché la madre ebbe pregato simigliantemente Giunone che ricompensasse quelli della pietà loro: perocché, non venendo in tempo i buoi, i suoi figliuoli entrati sotto il gioco del carro, la portarono insino al tempio; la notte, dopo la preghiera, essi morirono.

Sarebbe lungo a contare come i poeti ne' divini loro canti, nei quali, inspirati da Dio, cantano della vita, come se ne piangono. Rammenterò uno solo, ch'è il più degno di nominanza, quello che dice: «Gli Iddii filarono ai poveri uomini mortali dolorosa vita; perocché animale alcuno non è più miserabile dell'uomo fra tutti quelli che respirano l'aria e serpono su per la terra».

E che cosa dire noi di Amfiarao? L'egioco Giove lo ha nel suo cuore; Apollo tutto è amore verso di lui; bene! egli non toccò il limitare di vecchiezza. E di colui che ci grida che facciamo lamenti sul novello nato, perocché egli entra dentro un mare di dolori, che ne pare a te? Me ne vengono altri a mente, ma li lascio, per non mi allungare contro alla mia promessa.

 

 




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