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Autore incerto (Platone?)
L'Assioco

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X.

 

SOCRATE Non è con i vivi, io dico; i morti poi non ci sono. E per certo ella non è con te al presente, perché non sei morto; e se morto fossi, non sarebbe con te neanco, perché non ci saresti tu. Vano dolore è dunque quello di Assioco, se di cosa egli si rammarica, la quale né lo tocca, né lo toccherà; simigliantemente che se piangessi tu per Scilla o per il Centauro che non ti sono prossimi presentemente, e neanche dopo morto: imperocché ciò che è pauroso bene può far paura a quelli che sono; ma, a quelli che non sono, come potrebbe?

ASSIOCO La loquacità che è di questi , dalla quale procedono i vani parlari che incantano i giovini, t'ha fatto dire di queste ragioni sottili. Ma io dico a te, che la privazione de' beni della vita m'addolora; e ancoraché tu argomenti facessi di questi più lusinghevoli non mi daresti però conforto. Imperocché la vagabile mia mente non bada alle tue acconce parole, e niente la toccano coteste cose che tu dici, vuote di verità, con tutto ch'elle facciano grande splendore. Ora non ha alleviamento da sofismi colui il quale è in angoscia e pena; e solamente in quelle ragioni trova egli quiete e riposo, le quali hanno potenza di entrar dentro della sua anima.

SOCRATE Tu inconsideratamente congiungi, o Assioco, con la privazione dei beni il sentimento de' mali, dimenticando che tu sei morto. Addolora la privazione dei beni, però che a quella seguita il patimento dei mali; ma colui che non è, non sente alcuna privazione. Dunque come può esser dolore in colui che niuno sentimento ha delle cose che addolorano? Se tu, o Assioco, non avessi posto da principio, come gli sciocchi, un cotale senso in colui il quale più non è vivo, la morte non ti avrebbe fatto paura. Presentemente dài in ismanie, temendo non sii tu privato dell'anima, e non abbi tu per mezzo del senso a sentire l'istesso mancamento di senso.

 

 




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