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Platone
Il Menone

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XXX.

 

SOCRATE Che? e' t'ha fatto villania, o Anito, alcun di questi Sofisti? o perché l'hai cosí tu con loro?

ANITO Io, per Giove? né io né alcun de' miei ho voluto mai avesse che fare con loro.

SOCRATE A te sono dunque nuovi, e tu non ne hai sperienza?

ANITO E sia.

SOCRATE Come dunque, o benedett'uomo, puoi tu sapere se male sia o bene in cotesta faccenda, se ti sono nuovi quelli? se non ne hai sperienza niente?

ANITO Nuovi o no, ci vuol poco: io li conosco bene, io.

SOCRATE Sei indovino tu, o Anito? ché mi meraviglierei se potessi tu conoscere per altra via i fatti loro. Ma già non cerchiamo noi chi son cotesti, con i quali conversando Menone e' ne diverrebbe cattivo; sian pure i Sofisti, se cosí vuoi; ma di quelli altri. Fa un bene a costui, che ti è amico dal lato di suo padre, via, e gli di' a chi in questa città ha da andare, acciocché famoso divenga egli nella virtú; della quale io ho ragionato insino a ora.

ANITO E ché non gliene di' tu?

SOCRATE Quelli che io reputava maestri di virtú li ho mentovati io, ma non ci ho colto; tu lo dici.

ANITO Può essere.

SOCRATE Or via, di' tu a lui a chi dee egli andare fra gli Ateniesi; di' il nome di quale uomo tu voglia.

 

 




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