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Platone
Il Menone

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XXXV.

 

SOCRATE O Menone, mi par in collera Anito! e non mi fa niente meraviglia, perché egli crede che io dica male di cotesti uomini, e crede anch'egli essere un di loro, per giunta. Ma se conoscerà mai ciò che sia dire male, gli passerà allora la collera: ora non lo conosce.

Ma or mi di' tu: non sono presso voi di buoni e onesti uomini?

MENONE Altro!

SOCRATE E che? si profferiscono essi a maestri di virtú ai giovani? e che son maestri di virtú e che la virtú si possa insegnare, lo dicono?

MENONE No, per Giove: a volte li udirai dire che , a volte che no.

SOCRATE E si dee reputarli maestri di virtú, se neanche in ciò si accordan seco medesimi?

MENONE Non par a me.

SOCRATE Non par a te che maestri di virtú sian cotesti Sofisti, i quali pure si spaccian di esser tali solamente essi?

MENONE In questo io l'ammiro Gorgia; tu non gliene senti fare di coteste millanterie; e se alcun le fa, ride: egli pensa che si possa e debba insegnare solamente l'arte del dire.

SOCRATE Adunque non ti paiono essere maestri di virtú i Sofisti?

MENONE Socrate, io non so; e' m'avvien come ai piú: a volte mi paiono, a volte no.

SOCRATE E non solo par cosí a te e agli altri politici, ma lo sai? anche il poeta Teognide dice questo medesimo ne' suoi canti.

MENONE Quali?

 

 




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