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Platone
Il Menone

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XXVIII.

 

SOCRATE Dici bene. Or puoi tu (si volge ad Anito) prender consiglio su Menone qui, l'ospite tuo, insieme con me: da un pezzo mi vien dicendo ch'egli è desideroso di questa sapienza e virtú, o Anito, per la quale l'uomo governa bene la casa sua e la città, e ai suoi parenti fa onore, e sa ricevere e accommiatare paesani e forestieri secondo che a leggiadra e valorosa persona si conviene. Guarda un po', per cotesta virtú a chi s'ha a indirizzare lui. Non è chiaro, come detto è dianzi, che s'ha a indirizzare a coloro che si dicon maestri di virtú e che sono pronti a insegnare a ogni Elleno che vaghezza abbia d'apprendere, pigliandosi la paga che vogliono?

ANITO E chi sono questi che dici tu?

SOCRATE Tu li conosci! quei che la gente chiama Sofisti.

ANITO Per Ercole, parla, Socrate, un po' meglio. Niuno né parente, né domestico, né amico, né paesano, né forestiero; niuno divenga cosí insano, da andarsi a rompere il collo da costoro che son perdizione, morte, a chi a loro s'accosta.

SOCRATE Come dici, Anito? Solamente costoro, fra quei che dicon di saper fare alcun bene, differiscon cosí dagli altri, che, non pure non giovan come gli altri a chi commette sé nelle loro mani, ma lo guastano anche e piglian danaro sfacciatamente?

 

 




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