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Platone
Il Menone

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XXIX.

 

Non so come t'abbia a credere io; perché io so di un uomo, Protagora, che di questa sapienza ha cavato e messo insieme piú ricchezze che Fidia, il qual pure ha fatto opere bellissime, e n'ha fatte piú che non dieci altri statuarii. E ci è da meravigliarsi di ciò che dici tu; perché quei che acconciano scarpe vecchie e rattoppan mantelli, se peggio li rendessero a noi di come li ebbero, anzi trenta dí darebbero nell'occhio, sicché, facendo a quel modo, morirebbero di fame. Or che è che Protagora, guastando quei che se gli accostavano e peggiori rendendoli di come ei li aveva, non diè a niuno nell'occhio in tutta l'Ellade, per quarant'anni; e piú, perché egli è morto presso a settanta anni, penso, e quaranta gli ha consumati in quest'arte; e per il detto tempo insino a questo dí, la gente non è ancora stanca del fargli onore. E non solo Protagora, ma altri moltissimi; alcuni avanti di lui, e altri ancor vivi. Ora, secondo la tua ragione, come s'ha a dire? che costoro traggono in inganno e guastano i giovani con conoscenza, o vero ignorantemente? e cosí reputeremo pazzi costoro, che alcuni dicon essere i piú sapienti uomini che siano al mondo?

MENONE Ce ne vuole a esser pazzi! pazzi piuttosto quei giovani che a loro dànno danaro, e anco piú i parenti che li commettono a loro, e, piú di tutt'e due, le città che se li lascian venire dentro e non li caccian via, o paesani siano o stranii quei che fanno cotesto mestieraccio.

 

 




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