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Platone
Il Menone

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XXXI.

 

ANITO Che bisogno ha egli di udire nomi? a quale buono e onesto Ateniese ei s'abbatta, colui farallo migliore assai, che non i Sofisti; se egli è docile.

SOCRATE E che? tali diventaron da sé cotesti buoni e onesti uomini, naturalmente, senza che avessero appreso da nessuno; e nientedimeno sarebbero atti a insegnare altrui quello che non ebbero appreso ei medesimi?

ANITO Ma io penso che anch'eglino apprendessero dai lor maggiori, che valorosi assai erano e buoni: o non pare a te che molti buoni e valorosi uomini siano stati in questa città?

SOCRATE A me sí, Anito: e nelle cose di politica ce ne ha presentemente, anche; e piú ce n'ebbe in passato.

Dunque non ce n'è stati maestri, buoni a insegnar la virtú a quelli? perché l'argomento sul qual si volge il ragionar nostro, non è già se qui siano presentemente o no, o se ci fossero per lo innanzi, dei valorosi uomini; ma sibbene è, e a cotesto intendiamo pure già da un pezzo, se la virtú si possa insegnare, e se gli uomini valenti de' nostri dí e quelli passati sapessero participare anco altrui la virtú, nella quale erano o son valenti ei medesimi; o vero se ella è cosa che né si dà né si piglia. Oh quel che cerchiamo da un pezzo io e Menone, è cotesto!

 

 




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