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Vincenzo da Filicaia
Lettere inedite a Lorenzo Magalotti

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LETTERA IV.

Villa, 30 Agosto 1694.

Al medesimo.

Mi avete dato la vita con i vostri stimabilissimi caratteri e colle riflessioni fatte sopra il sonetto.
Di che vi rendo grazie affettuosissime, e vi assicuro che l'esservi voi degnato di porre gli occhi sopra le mie miserie, mi ha fatto concepire speranza di non essere deli tutto escluso dal vostro cuore, che sarebbe un grandìa per uno che stima infinitamente il vostro affetto, e sa di non poterlo mai meritare. E quanto alla seconda critica veggo che mi compatite, e lo merito, perchè il migliorar questo luogo senza mutar rima, non è possibile, o e il mutarla non si può far con guadagno, essendo minor male il soffrire una rima cattiva, in grazia dell'altre due buone, che gittar via le due buone per migliorar la cattiva.
Onde si può dire in questo caso: Habent sua sidera rhythmi. Quanto poi alla parentesi non potete dir meglio, e vi giuro che mi avete fatto sbellicar dalle risa con quei due grattaticci delle due virgole non tenuti dagli occhi, onde sono contentissimo che la parentesi si noti co' soliti segni, non tanto grandi e madornali che paiono due di quelle sterminate travi che vengono dalla Falterona.
Venghiamo ora alla prima, nella quale sono con voi, e mi do per vinto, quando sia vero ch'io dica di non chieder calma, perchè non ho calmtena.
E veramente mi sentirei passar banda, banda, s' s'io lo dicessi, ma non lo dico; e solamente dico di non chieder calma, per dire i miseri non hanno calma; il qual modo di dire, a maniera di sentenza, ha una tal forza enfatica che non si restringe a tempo presente, ma si distende al futuro ancora, e fa questo senso: che i miseri non hanno, non avranno, e non possono mai aver calma; in quel modo appunto che dicendosi per cagion d'esempio: La virtù non è soggetta all'ingiurie del tempo; si viene a dire che la virtù non è, non sarà, e non può mai essere soggetta, per quel privilegio che hanno le sentenze d'esser più doviziose di sensi che di parole e di doversi intendere non resctrictivae sed ampliativae. Tutto questo sia detto sotto correzione, per cavarvi di mano un'altra lettera, il che non seguirebbe, se dicessimo tutt'e due a un modo.
A tal'effetto mi servirà di ruffiano quest'altro sonetto, che non meno del primo, ha bisogno delle vostre stimabilissime correzioni. La Sig.a Anna vi riverisce divotamente, ringraziandovi del favore che le avete fatto, ed io sono più che mai tutto vostro, vostrissimo servidore.





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