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Vincenzo da Filicaia
Lettere inedite a Lorenzo Magalotti

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LETTERA XII.

Giovedì, ore 16... 1695.

Al medesimo

Ier sera feci la consaputa confidenza al Marchese, il quale mostrò di gradirla tanto, ch'io resto a voi tenutissimo dell'avermegliela fatta fare.
Approvò il pensiero di chiedere il Senatorato, e di chiederlo non come fine, ma come mezzo, per fare apprendere a S. A. che la causa motrice del chiederlo non è l'ambizione, ma il bisogno.
In oltre affin' ch'io possa regolar meglio l'istanza e scoprir paese, si esebì di parlare al Gran Duca preventivamente e specificare i motivi della domanda, usando in una causa non sua, quella libertà che non è lecita a me di usar nella propria.
Ma ne attende l'approvazione da me, e vuoi ch'io ci pensi. Io quanto a me son pronto a dargliela, mentre ci concorra il vostro consenso, parendomi che il fare altrimenti, non sia conveniente, utile. Ditemene il vostro giudizio, e poi lasciamo armeggiare a lui. Mi sono espresso ancora che più mi attaglierebbe una piccola cosa in Firenze, che una grande di fuori, e in questo pure ho incontrato il suo genio, ed egli non lascerà d'accennarlo. Ho mutato il' ultima strofa della canzone del Gori; sentite come:

. . . . . . . . te rogante
Sole ille vultum splendidior suum
Fortasse promet me super.

Così mi par ch'abbiano il loro, il salmo e la poesia, rimanendo all'uno il sentimento, all'altra parole più confacenti. Servitore devotissimo.





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