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Vincenzo da Filicaia
Lettere inedite a Lorenzo Magalotti

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LETTERA XXIX.

Pisa, 25 Aprile 1701.

Al medesimo

Oh egli è pur la bella e maravigliosa cosa quel vostro Capitolo che m'avete mandato! Che grazia, che forza, che naturalezza d'espressione! Quanto artifizio nell'ingrandire una cosa piccola! Quanto ingegno in far crescere le altrui.
Che dire poi dell'aver preso a piccare una dama con un garbo e con una libertà che quanto più punge, tanto più piace, facendole vedere sotto il velame delle figure quello che di lei direste, se non vi ritenesse il rispetto, e necessitandola a udir con piacere quelle due massime ingiurie, che tanto mal volentieri si soffrono da una donna vana e superba, cioè l'ingiuria del non sapere e quella dell'esser vecchia? Insomma io non mi posso saziare di leggerlo, e vi ringrazio infinitamente del dono che me ne avete fatto, ancorchè mal volentieri mi accomodi a obbedire al vostro comandamento, col quale mi obbligate a non mostrarlo, parendomi che il tener celate e sepoltebelle cose, sia la maggior ingiuria che possa farsi alla repubblica letteraria, tuttavolta vi ubbidirò. Due peccati mi rimordevano la coscienza in quel mio sonetto della resurrezione delle muse ultimamente mandatovi, e se non me ne confessai per averne l'assoluzione, fu perchè non arrivando io a discernere da una parte, se fossero peccati di tal qualità da doverne rendere in colpa, e dal'altra sapendo benissimo che quando fossero tali, voi, apud quem, in materia di poesia e d'ogni altra. cosa, omnia nuda et aperta sunt, gli avereste conosciuti da per voi stesso senza la mia confessione, stimai meglio di lasciar correre per chiarire i miei dubbi e per aspettare da voi, non preoccupato dalle mie accuse, una condanna più accentuata, siccome è seguìto, di che vi rendo grazie affettuosissime. Voi dite benissimo che l'aver vita e il dar vita, sono due cose molto distinte l'una dall'altra, e questo è uno dei due peccati, in soddisfazione del quale ho mutato quel verso, e detto così:

Se han forza i carmi, e se quell'esser soglio,

parendomi che adesso spieghi abbastanza, e che siamo fuori del pecoreccio. L'altro peccato è quel secco principio dell'ultimo verso:
Tutte mie Muse; prima dicevo: Mie morte Muse, ma lo mutai, sì per fuggire la quarta replicazione di morte, sì per rimediare al cattivo suono che restata da quelle tre voci comincianti per la lettera m. Voi dite le morte Muse, ma dicendosi così, non si sa distinguere di chi elle sieno, e sarà in libertà di chi legge, il credere che sieno le Muse del pian di Cascina o della Valle di Calci. Io vorrei veramente dire che sono mie, e però ribenedirei quel mie morte Muse, rimettendomi però al vostro purgatissimo giudizio, e vi riverisca riverisco devotamente.





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