Io non fui mai ambizioso, ma quando pure lo fossi, mi avereste dato il mio conto sino al finocchio, mentre di quattordici versi, undici me ne mettete in cielo, e tre nell'inferno, e questi forse con più giustizia di quelli. Nè pensate già ch'io vi sia più tenuto delle lodi, che della critica. Mi piaccion quelle, ma non mi giovano; questa, e mi piace, e mi giova, e quanto pili più mi mostra la sferza, tanto più m'assicuro del vostro amore. Ve ne ringrazio dunque con tutto l'animo, e chino il capo alla sentenza, dalla di cui giustizia sarebbe troppa temerità l'appellarsi, dicendovi solamente, che il debole di questa chiusa paragonato col forte de' versi antecedenti, non viene da stanchezza, come per lo più si vede accadere in. molti sonetti che cominciano con vigore, e poi finiscono tanto morti e sfiatati, che non si reggono in piedi, e danno giù. Anzi (udite cosa mirabile) tutto il sonetto è fabbricato sopra questa chiusa, in grazia della quale confesso d'averlo fatto. E l'idea è presa da Tansillo, in quel capitolo che finisce così:
Occhi de' miei desiri e d'amor nidi, Vorrei chiedervi in don qualche mercede, Pria che l'aura mi tolga a' cari lidi. Ma il vostro duro orgoglio che non crede L'ardeor che tanto in piccol tempo crebbe, Ch'osi sperar mercè, non mi dà fede. Una pur chiederò che mi si debbe Ella, ed è tal, che benchè d'odio accesi Un nemico talor, dall'altro l'ebbe: Occhi s' s'io moro, e fia chi vel palesi, Perchè voi vivi abbiate lodi, ed io Già spento, qualche onor, siate cortesi D'una lagrima vostra al cener mio.
Mi piacque l'idea, e disegnai di farne un sonetto alla Fortuna, chiudendolo con un sentimento simile. Ed eccomi caduto di capo il diadema dell'umiltà, colla quale avendovi finora scandolezzato, voglio adesso edificarvi colla superbia; perchè, se il bello degli altri mescolato col mio, scade della sua bellezza, e non apparisce più bello, ognun vede che la vostra critica, condannando quel che non è mio, a confronto di quel che è mio, viene ad essere tutta quanta a mia lode; e così invece di bastonar me, avete bastonato il povero Tansillo, o per dir meglio, a me son tocche le bastonate, ed a lui è toccato sentirne il dolore. — Ma io non son contento, se non me ne date una cinquantina a mio modo tra capo e collo, e perchè possiate farlo con sicurezza di percuoter me e non altri, vi mando quest'altro sonetto, tutta mercanzia del mio povero fondaco. Direte che sono impenitente, e che non vi lascio ben avere, ma abbiate pazienza per questa volta. Accetto la mutazione del verso, cioè il de' miei guai in luogo e co' miei guai. E sappiate che così diceva da principio, ma poi lo mutai, e ora considerandolo meglio al lume delle vostre ragioni, lo restituisco all'esser di prima. Un caro abbracciamento al Priore, un altro al Conte Montani, e vi riverisco devotamente.
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