Eccovi tre belle mie più moderne frottole posteriori al mio male, in molte delle quali pretendo di lasciare agli amici più cari e più stimati qualche memoria di me. Voi che siete il più caro e il più stimato di tutti, pigliatevi la vostra, correggetela, e compatitemi. — Al Contino mandai la sua per la via di Loreto, e quanto a quella del Gori, desidero che la leggiate, e facciate conto che sia scritta a voi anche questa, nella quale avete un massimo interesse, trattandosi dell'interesse d'un vostro servitore bisognosissimo di consiglio e di direzione. Vero è che le cose mie sono ridotte a segno, che bisogna ch'io mi getti al partito, e chieda limosina, il che non ho mai voluto fare non già per superbia, ma per non far getto della libertà e della quiete dell'animo. Voi mi direte che in simili materie il voto della necessità è il più potente di tutti, e che non occorre mettere in consulto quello che l'uomo è costretto di fare. Lo confesso ancor io; ma è gran consolazione d'un tribolato, il palesare i suoi guai ad un amico della vostra qualità per ricevere lume, affinchè il rimedio non riesca peggior del male. Perdonatemi dunque sig. Conte, e vi riverisco di tutto cuore. Arrivederci.
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