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Vincenzo da Filicaia
Lettere inedite a Lorenzo Magalotti

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LETTERA XV.

Villa, 17 Giugno 1695.

Al medesimo.

Ho letto e riletto con sommo gusto la vostra poesia la quale, oltre alla novità della bizzarra invenzione, mi pare molto bene e felicemente distesa e con evidenza tale, elle sarebbe difetto d'inescusabile ignoranza il non intenderla subito. Me ne rallegro con voi, e invidio sempre più la gloria dei Buccheri divenuta bersaglio delle vostre rime. Per ubbidirvi ho notato alcune coserelle che non meritano riflessione; tuttavolta non lascerò d'accennarle.
Strofa 3.a Nella prima audenzia. È un poco duretto questo verso; se la pubblicità non pregiudicasse alla confidenza che vi fa Febo, direi piuttosto Nella pubblica udienza.
Strofa 5.a Conveniasi a gran regnante direi conveniansi.
Strofa 16.a Nè sì tosto il foco è spento. È vero che il sì tosto senza la che corrisponde al simul dei latini, che corrisponde al simulac, nulla di meno nel legger -questa strofa, pare che senza la che i primi due versi sieno poco ben collegati cogli altri, e si risentino alquanto di questa mancanza. Chi dicesse così?

Ma l'incendio appena spento
Delle legna preziose.

Strofa 30.a S'alza sù per sculacciarlo. Troppo rigore per uno scherzo così geniale. Non basterebbe dare a Cupido quattro ceffatine sole sole e dire «S'alza sù per ceffettarlo? »
Strofa 43.a Tutti erano legati. Svernatuccio il verso; ma è facile la mutazione «Eran tutti ben legati.»
Strofa 45.a Che assister tutti allindati. È necessario l'accentar questo perfetto così tronco, altrimenti non si distinguerebbe dall'infinito.
Ed eccovi detto quel poco che ho da dirvi. — Due parole adesso per me. Vi ho servito; ma perchè non ho estro in questa materia, e sono tutto svagato intorno all'odi latine, vi mando un misero sonettuccio, non perchè lo mandiate a Roma, ma perchè mi liberiate dall'obbligo che più mesi sono contrassi con esso voi, e al quale ora così male sodisfò; compiacetevi nondimeno d'emendarlo per mio ammaestramento, e quando poi vi risolviate di inviarlo a Roma, fate quello che Dio vi ispira, purchè a nessun patto non si legga il nome dell'autore. Con questa condizione sine qua non, v' invio il sonetto. I versi di Virgilio nel 4.° delle Georgiche sono gli appresso:

Hi motus animorum, atque haec certamina tanta
Pulveris exiqui iacto compressa quiescunt.

Servitore devotissimo.
Perchè sappiate l'impegno che ho colla musa latina, vi mando questa piccola ode in versi coriambici supplicandovi di dirmene il vostro parere.





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