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Vincenzo da Filicaia
Lettere inedite a Lorenzo Magalotti

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LETTERA XXVI.

Volterra, 3 Novembre 1698.

Al medesimo.

Nemo est dominus membrorum suorum, dice la legge. Onde non so con qual ragione voi vi facciate lecito d'incrudelir tanto contro quel vostro sonetto fatto in morte del prior Orazio Rucellai. È egli forse un mostro di due teste, colle gambe stravolte e colla pancia di dietro? Dovereste pur ricordarvi che noi altri grandi uomini, che pur facciamo figura nel mondo, ci serviamo d'orazionata simile in persona di Jacopo Viperaio, e vogliam dire del ciarlante famosissimo P. Cotta, Accademico Apatista.

Dum Carmine omnes, Cotta, te unum provocant,
Atque omnes unus provocas, urges, feris,
Ferisque rursus, et supercilio emines
Victor superbo, nec tibi dat vincere est,
Nisi triumphes, ne triumphatos premas.
Vis, Cotta, dicam? Horatius totam mihi
Solus videris esse contra Hetruriam.

Quanto poi a quell'aggiunto dato all'ozio, se avesse la stessa forza e lo stesso sentimento del Toscano, che ha nel Latino, nè anche questo mi dispiacerebbe. Ma noi altri Toscani non pare che pigliamo mai l'insolente in sentimento d'insolito o di straordinario, e nel proprio suo significato d'arrogante o d'impertinente non par che s'addatti all'ozio, che è un lasciami stare. Ma se non mi finisce di piacer questo, mi piace tanto quell'aggiunta di sorda dato alla ferita, che vada l'uno per l'altro, si sta in pari certo. Insomma il sonetto tutto insieme mi piace, e non so quello che voi diciate, e ve ne ringrazio tanto, tanto. Ora voi mi scriverete ch'io mandi qualche cosa, e perchè molte e molte ve ne potrei mandare, avendo messo a pulito tutte quante le mie frascherie latine e toscane, per adornarne a suo tempo le Gallerie di Mercato Vecchio, mi trovo imbrogliato. Pensa, ripensa, risolvo finalmente di mandarvi questa canzoncina, ina, ina con patto però che me le rimandiate a comodo vostro, e che mi mandiate il vostro Capitolo di settanta terzine. Orsù siamo intesi. Addio.





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