Voi crederete ch'io abbia preso in cottimo l'attaccar tutti gli uomini di questo paese con i miei sonetti e fare un mostruoso accoppiamento di poeta e di iusdicente, con danno del pubblico e del principe, ma non è così. Io sono stato tante e tante volte affrontato e così malconcio dalle poesie di questo Sig.r Abate Venerosi e Cav.re Luca degli Albizi, e tanto me ne sento ancora dolere per tutta la vita, che avendo io già risposto al primo col sonetto della Resurrezione, mi par ora conveniente, anzi necessario, rispondere al secondo con quel che ora v'invio, perchè mi facciate la solita carità di correggierlo e di raffazzonarlo. La prima quartina di esso vi farà conoscere quanto mi sia piaciuta quella seconda strofa della Canzone Bolognese, e veramente l'imitazione è un po' troppo sfacciata. Ma non saprei se siami una volta lecito il fare agli altri quel che gli altri fanno a me così spesso: E siccome io non ne voglio a lor male, anzi me ne professo loro obbligato, così anche essi abbiano pazienza, e se ne diano pace. Credo che voi sappiate che questo Cavaliere è forse il più dotto e scienziato giovane che sia in questa Università, e però non è punto caricata la lode che gli dò. Vi riverisco devotamente.
Al Sig.r Cav.re Luca degli Albizzi
SONETTO
Poichè a gara in far voi, di voi maggiore, Stupiron l'arti di poter cotanto, E come in opra di comun lor vanto, Tenner consiglio col natio valore; Coglieste voi d'ogni dottrina il fiore Nel quarto lustro, e i tanto gravi e tanto Severi studi a raddolcir col canto, V' inebriaste del Castalio umore. Onde se a voi del gran cammin, sì poco Resta, e già tocche del saper le mete, Manca in mezzo del corso, al corso il loco; Nuovi mondi a natura omai chiedete, Che il gran mondo dell'arti, a poco a poco, Scorso già tutto e conquistato avete.
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